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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





11 agosto 2009


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale



Gli argomenti della puntata del 8 agosto 2009:

la Turchia e l'Unione europea;
la questione di Cipro a trentacinque anni dall'occupazione turca del nord dell'isola;
sembra profilarsi un accordo nella disputa sui confini tra Croazia e Slovenia;
il processo di adesione dell'Islanda all'Ue potrebbe rallentare l'integrazione del Balcani occidentali;
la Croazia celebra come ogni anno l'anniversario dell'operazione "Tempesta";
in Albania il premier Berisha annuncia una nuova legge anti-mafia e un progetto per la legalizzazione dei matrimoni omosessuali;
prosegue l'iniziativa diplomatica internazionale del Kosovo in attesa del pronunciamento della Corte internazionale di giustizia dell'Onu sulla legittimità della proclamazione di indipendenza.

La trasmissione, curata e condotta in studio da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è riascoltabile come tutte quelle precedenti
sul sito di Radio Radicale.


10 agosto 2009


SOROS: "IN TEMPI RIVOLUZIONARI L'IMPOSSIBILE DIVENTA POSSIBILE"

George SorosFornire fotocopiatrici a istituzioni culturali e scientifiche per favorire la circolazione delle informazioni. Fu questa una delle prime iniziative promosse dal finanziere George Soros per favorire il cambiamento democratico dei regimi comunisti dell'Europa dell'est. Lo scrive lui stesso in un testo redatto in esclusiva per la CNN nell'anno in cui ricorre il ventennale della caduta del Muro di Berlino. "Uno dei nostri primi progetti fu quello di offrire macchine fotocopiatrici alle istituzioni culturali e scientifiche, in cambio di valuta locale. Abbiamo utilizzato i fondi per fornire borse di studio e sostegno locale a tutti i tipi di iniziative non ufficiali, ma le macchine fotocopiatrici hanno fatto un sacco di cose buone. Fino ad allora, le poche esistenti erano state letteralmente tenute sotto chiave, ma man mano che venivano rese disponibili, l'apparato del Partito comunista perse il controllo delle macchine e della diffusione delle informazioni".

George Soros, nato a Budapest il 12 agosto 1930 in un famiglia ebraica con il nome di Gyorgy
Schwartz, fu testimone prima dell'invasione nazista dell'Ungheria, poi della dittatura sovietica. Il padre, Tivadar, avvocato, a sua volta sopravvissuto ai gulag siberiani negli anni della Rivoluzione d'ottobre, falsificò documenti per salvare dalla Shoah decine di ungheresi, e cambiò il suo stesso nome in Soros per nascondere l'origine ebraica. La famiglia poi fuggì a Londra quando George era diciassettenne. Nella capitale britannica fece mille mestieri per pagarsi gli studi alla London School of Economics. Considerato tra i maggiori traders Usa, inventore del primo hedge fund, fu autore dell'attacco alla sterlina che ne provocò la svalutazione e l'uscita dallo sostema monetario europeo. Definito "l'uomo che distrusse la banca d'Inghilterra", fu accusato di essere dietro altri attacchi speculativi a diverse monete tra le quali anche la lira italiana.

Soros è considerato da molti il prototipo del capitalista amorale e senza scrupoli, e per certi versi le sue attività finanziarie sono certamente spregiudicate. La presenza di funzionari NATO nei board di alcune ong gli ha portato l'accusa di voler sostenere l'espansionismo USA nell'Europa orientale, ma prima di impegnarsi per la democratizzazione dei Paesi dell'est europeo, si dedicò dagli anni '70 a progetti per la difesa delle minoranze, inclusi rom e migranti, non solo nell'Europa dell'Est (dove tra gli altri progetti finanziò la ricostruzione di Sarajevo con 50 milioni di dollari), ma anche in Asia e Africa. All'Est del resto Soros si è dedicato anche con investimenti, tra cui il complesso minerario di Trepca in Kosovo, quando questa era ancora parte della Serbia.

Per la transizione da una società chiusa ad una democratica, per realizzare ad Est la "società aperta" sul modello di quella delineata da Karl Popper, ci voleva un aiuto esterno e quello - spiega Soros - "fu il ruolo delle mie fondazioni". Al momento della caduta dell'URSS e poi della Jugoslavia, "nel 1992 le sedi di Open Society erano in 22 Paesi con un budget da 53 milioni di dollari, diventati un anno dopo 184". Secondo alcuni biografi, però, il finanziere verso la fine degli anni '70, prima di fondare l'Open Society Institute, aveva finanziato con molti milioni di dollari Solidarnosc in Polonia, Carta 77 in Cecoslovacchia e l'attività di Andrei Sacharov in Russia. Molti i fondi forniti anche a organi di informazione indipendenti, come Radio B92 di Belgrado e Radio Free Europe/Radio Liberty, e a varie istituzioni culturali e di ricerca come l'International Crisis Group e Human Rights Watch.

Soros ha sempre sminuito il suo ruolo nel finanziamento delle "rivoluzioni colorate", ma almeno nel caso di quella georgiana, la cosiddetta "Rivoluzione delle rose" del 2004, venne chiamato in causa direttamente dall'allora presidente Eduard Shevardnadze, mentre diverse figure di vertice del successivo nuovo governo dei Mikheil Saakashvili provenivano da ong gravitanti attorno alla Soros Foundation. La ex ministro degli Esteri Salomé Zourabishvili scrisse addirittura che "la Soros Foudation di Tbilisi era stata integrata nel nuovo governo". Non sempre le cose sono andate bene: Soros perse 2 miliardi di dollari con il default russo del 1998, né sono mancati scandali nelle sue fondazioni, "con storni di finanziamenti, come in Lettonia" ammette lo stesso Soros.

Il bilancio che Soros traccia della sua trentennale iniziativa per la democratizzazione dell'ex blocco comunista è articolato e non risparmia qualche nota critica, anche all'establishment occidentale. "Quando ho creato le basi in Europa orientale speravo la società aperte dell'Occidente avrebbero seguito le mie orme, ma a questo proposito sono rimasto deluso. Non sono stati disposti a mettere mano ai propri bilanci e hanno passato il compito al Fondo monetario internazionale, che è stato poco adatto al compito. Il FMI è abituato a firmare lettere di intenti con i governi, condizionando la prosecuzione dei suoi programmi al mantenimento dei loro impegni da parte dei governi. I paesi dell'Europa orientale se la sono cavata meglio, ma negli Stati dell'ex Unione Sovietica, uno dopo l'altro, i programmi sono in gran parte falliti. La Germania orientale è stata l'eccezione: la Germania Ovest era disposta a fare i sacrifici necessari per la sua integrazione. Infine, i paesi dell'Europa orientale, compresi gli Stati baltici, anche grazie all'adesione all'Unione europea. Ma il resto della ex Unione Sovietica, nel Caucaso e in Asia centrale, non è mai riuscito a fare la transizione. Questo ha lasciato un'amara eredità. A torto o a ragione, sia i governanti, sia il popolo russo nutre un profondo risentimento contro l'Occidente, che l'Occidente non ha saputo affrontare".

Duro il giudizio anche sulla Russia attuale: "Il nuovo ordine di Mosca che è emerso dal caos del 1990 è molto lontano da una società aperta. Si tratta di un regime autoritario che conserva l'apparenze di democrazia, ma il suo potere deriva dal suo controllo delle risorse nazionali della Russia. Esso utilizza le risorse per mantenere se stesso in termini di potenza, per favorire l'arricchimento personale dei governanti, e per esercitare la sua influenza attorno ai suoi confini, sia in Europa e sia nell'area ex sovietica". Ma l'ideale di una società aperta è difficile da eliminare e Soros, che ha 79 anni, non ha rinunciato alla speranza anche perché la regola di fondo nella sua attività in est Europa, come scrive per la CNN, sta in una frase che gli disse suo padre: "In tempi rivoluzionari, l'impossibile diventa possibile".

L'articolo di George Soros per la CNN

Il sito dell'Open Society Institute


6 agosto 2009


GAS: LA SFIDA NABUCCO-SOUTH STREAM OLTRE LE IDEOLOGIE

Oggi ad Ankara si firma un accordo sulla costruzione del gasdotto South Stream, il progetto frutto di una joint venture Eni-Gazprom che dovrebbe fornire una via diretta di trasporto del gas russo verso l'Unione Europea tagliando fuori l'Ucraina (da cui attualmente transita il 70% delle forniture di gas russo verso l'Europa occidentale).
L'accordo prevede il coinvolgimento della Turchia per lavori d'esplorazione nelle sue acque territoriali dove dovrebbero passare le condotte della pipeline, anche se per il momento Ankara non dovrebbe entrare a far parte del consorzio South Stream. In ogni caso si conferma il ruolo di snodo energetico della Turchia come anello di congiunzione tra i più importanti progetti infrastrutturali per l'approvvigionamento di gas in Europa.
Lo scorso mese Ankara aveva ospitato infatti la firma dell'accordo per la costruzione dell'altro gasdotto, quello denominato Nabucco, che dovrebbe portare il gas dell'Asia centrale in Europa aggirando la Russia con lo scopo di diminuire la dipendenza energetica dei paesi UE da Mosca. Senza contare che la Turchia è poi uno degli attori principali di ITGI (Interconnessione Turchia Grecia Italia), altro asse importante delle forniture energetiche europee.

Ad una prima osservazione Nabucco e South Stream appaiono quindi progetti concorrenti e conflittuali e infatti fino ad ora la Russia non ha visto di buon occhio il progetto Nabucco, sostenuto fin dall'inizio dagli USA. Qualche tempo fa ha quindi destato una certa sopresa la notizia che Mosca starebbe valutando la possibilità di unirsi in qualche modo al progetto.
Proprio la Turchia è apparsa uno dei possibili promotori di quest'idea, anche se, come aveva affermato il premier turco Erdogan a metà luglio, in occasione dell'accordo sul Nabucco, si tratterebbe di una proposta a lungo termine: "La partecipazione della Russia al progetto - secondo Erdogan - non nuocerebbe all'obiettivo di diversificazione delle forniture di energia". Parole che non erano state smentite da Rienhard Mitschek, direttore generale austriaco del consorzio Nabucco: "Non abbiamo mai, dico mai, escluso alcuna fonte. Le compagnie di gas nazionali valuteranno di volta in volta le condizioni politiche, gli aspetti commerciali e tecnici e poi decideranno se comprare gas da Azerbaigian, Turkmenistan, Iraq, Iran o Russia".
Nel frattempo, come in altri ambiti, anche in questo la politica americana è cambiata con l'avvento dell'amministrazione di Barack Obama. Presenti per la firma dell'accordo sul Nabucco di luglio, a rappresentare gli Usa, c'erano il senatore Dick Lugar e il rappresentante speciale per le questioni euroasiatiche Richard Morningstar. "La Russia può partecipare come partner", disse allora Lugar. "Stiamo cercando di dialogare con Mosca nel settore dell'energia - aggiunse - non vogliamo che si produca un gioco a somma zero".

La sfida South Stream-Nabucco, quindi, al di là della vulgata pubblicistica, va analizzata realisticamente senza le lenti deformanti dell'ideologia. Da questo punto di vista suggerisco la lettura di un'interessante articolo di Nicolò Sartori, ricercatore presso l'Istituto Affari Internazionali, pubblicato dalla rivista online di geopolitica Equilibri e disponibile sul sito dell'Italian Center for Turkish Studies. Sartori scrive molto realisticamente che "limitarsi a considerare il progetto South Stream un tentativo russo di soffocare le velleità di diversificazione energetica dei paesi europei, oltre ad essere strategicamente miope, rischia di essere altrettanto fuorviante".
Dopo aver sottolineato l'importanza di comprendere perché South Stream "non possa essere effettivamente considerato un primario competitor di Nabucco", Sartori introduce un elemento troppo spesso trascurato, ma che rappresenta invece un nodo ineludibile di tutta la partita dei gasdotti: "Appare evidente che se si vuole parlare di reale diversificazione delle forniture il discorso non può prescindere dal coinvolgere Teheran". Per Sartori "l'obiettivo delle strategie energetiche europee, infatti, non può essere che l'Iran: da un lato come paese di transito (dando per scontate le ormai croniche difficoltà nella costruzione della Trans Caspian Pipeline) per l'eventuale gas residuo proveniente da Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakhstan, ma soprattutto come fonte primaria di idrocarburi".




6 agosto 2009


MORTO MAKAREZOS: FU UNO DEI COLONNELLI GRECI

I colonnelli greci all'epoca della dittatura. Da sinistra a destra: Stylianos Pattakos, George Papandreou e Nikolaos MakarezosNikolaos Makarezos, uno dei capi della dittatura militare al potere in Grecia dal 1967 al 1974, è morto lunedì scorso, secondo quanto riferisce il giornale "To Vima", ed è stato sepolto martedì ad Atene. Aveva 90 anni.
Makarezos insieme ad altri due ufficiali, George Papadopoulos e Stylianos Pattakos, pose fine ad un periodo di instabilità politica il 21 aprile 1967 con un colpo di stato che diede vita ad un regime militare anticomunista noto, come la ''dittatura dei colonnelli". La Giunta, come viene abitualmente ricordata, impose la legge marziale e represse pesantemente gli avversari politici, soprattutto di sinistra, imprigionando ed esiliando migliaia di oppositori, molti dei quali furono torturati dalla polizia militare.
Il 25 novembre 1973 la sanguinosa repressione della rivolta del Politecnico di Atene suscitò dure proteste interne ed internazionali e mise in crisi il regime di Papadopoulos. A questo punto il generale Dimitrios Ioannidis rimosse Papadopoulos per tentare di mantenere il potere nelle mani dei militari malgrado il crescere dell'opposizione interna. Nel luglio del 1974 il tentativo di Ioannidis di rovesciare l'arcivescovo Makarios III, presidente di Cipro, attraverso un colpo di stato militare che avrebbe spianato la strada all'annessione dell'isola alla Grecia, provocò l' invasione militare della parte nord dell'isola da parte della Turchia in difesa della minoranza turco-cipriota e portò Atene ed Ankara sull'orlo della guerra.
La prospettiva della guerra contro la Turchia indusse una parte degli ufficiali più anziani a togliere il sostegno a Ioannidis. I membri della giunta militare, dopo aver nominato un nuovo presidente convocarono un vertice di vari esponenti politici con l'obiettivo di formare un governo di unità nazionale che portasse il paese alle elezioni.
L'incarico di formare un governo provvisorio fu affidato a Konstantinos Karamanlis, leader moderato che dal 1963 risiedeva a Parigi dopo essere stato più volte primo ministro negli anni '50. Le successive elezioni, nel novembre 1974, che videro la vittoria di Nuova Democrazia, il partito fondato da Karamanlis, che venne così confermato nel ruolo di primo ministro, sancirono il ritorno della Grecia alla democrazia.
Nikolaos Makarezos, che era stato responsabile della politica economica del regime dei colonnelli, vice di Papadopoulos e ministro per il coordinamento, fu condannato a morte per tradimento insieme a Papadopoulos, Pattakos e Ionannidis. Le sentenze furono poi commutate in ergastolo. Makarezos e Pattakos nel 1990 ottennero gli arresti domiciliari per motivi di salute. Papadopoulos morì nel 1999. Pattakos vive invece attualmente in una località balneare vicino ad Atene.

Per saperne di più sulla "dittatura dei colonnelli": la pagina di Wikipedia


5 agosto 2009


FESTIVAL DI GUCA: IN SERBIA OTTONI DA TUTTO IL MONDO

E' cominciato oggi a Guca, villaggio 150 chilometri a sud-ovest di Belgrado il più grande festival delle orchestre di ottoni. La 49 edizione durerà fino al 9 agosto e si prevede che attirerà nella piccola località (che ha una popolazione di circa 2000 abitanti) mezzo milione di persone.
Le bande di ottoni sono una presenza tipica in Serbia e accompagnano tradizionalmente momenti importanti come battesimi, matrimoni e funerali, ma anche la partenza dei coscrtitti per la leva militare, le feste patronali, l'inizio della stagione della semina, quella del raccolto, feste famigliari e riccorenze varie.
La tradizione risale al 1831, quando il conte Milos Obrenovic organizzò la prima orchestra militare che utilizzava questi strumenti. Da allora in poi la passione per quei suoni ha continuato a vivere in particolare nella regione di Dragacevo dove si trova appunto Guca.
Durante il Festival è impossibile restare indiferenti ai ritmi tradizionali e alle melodie e non farsi trascinare nelle danze. Un happening di 120 ore in cui le musiche tradizionali si mescolano a sonorità più contemporanee fondendo folk, pop e jazz e al quale partecipano, oltre alle formazioni locali, gruppi e bande musicali provenienti da tutti i Balcani e da molti Paesi europei e da altre parti del mondo.
L'appuntamento di Guca, divenuto famoso grazie ad artisti come Milan Mladenovic, Boban e Marko Markovic, Feat ed Ekrem Sejdic, Elvis Aidinovic, è diventato infatti un appuntamento obbligato per la tradizione folkloristica degli ottoni non solo balcanici, ma anche italiani, francesi, spagnoli, britannici, americani, cinesi e australiani.


Il sito ufficiale del festival 2009

"Il cetno-kitsch di Guca": un articolo dal sito di Osservatorio Balcani

Un racconto di viaggio da Guca (2006)






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5 agosto 2009


GEORGIA: SALE LA TENSIONE AD UN ANNO DAL CONFLITTO IN OSSEZIA

La Georgia si riarma e sta preparando una nuova aggressione. L'accusa viene dal generale Anatoly Nogovitsin, vice capo di stato maggiore delle forze armate russe, secondo il quale oggi Tbilisi ha capacità militari superiori rispetto alla guerra dell'agosto 2008.
Con l'approssimarsi del primo anniversario del conflitto in Ossezia del sud sale dunque nuovamente la tensione tra i due Paesi e dopo le accuse di bombardamenti dei giorni scorsi, ora Mosca sostiene che Tbilisi starebbe preparando una nuova aggressione. "L'addestramento tattico delle forze armate georgiane indica che il focus è posto sulla minaccia da nord, sulla Russia. Noi siamo ancora disegnati come il nemico", ha affermato il generale russo in una conferenza stampa.
"La Russia è l'obiettivo di tutte questa attività. Su questo si basano le dichiarazioni politiche e le azioni fatte" ha continuato Nogovitsin chiarendo che, se l'ostilità dovesse trasformarsi in una vera e propria aggrewssione, Mosca risponderebbe "appropriatamente".
Nonostante il vicepresidente Usa, Joe Biden, abbia chiesto al presidente georgiano Mikhail Saakashvili di ''evitare azioni destabilizzanti'', la Russia ha accusato gli Usa e altri non meglio specificati Paesi di continuare a fornire armi alla Georgia. "In base alle informazioni di cui disponiamo, le forniture di armi dagli Stati Uniti alla Georgia continuano", ha detto il viceministro degli Esteri, Grigori Karasin, aggiungendo che "gli Usa non sono l'unico Paese a fornire armi alla Georgia". Nei giorni scorsi Mosca aveva puntato il dito in particolare contro l'Ucraina parlando di un "atteggiamento ostile" da parte di Kiev.
Karasin ha esortato il nuovo segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ad essere più cauto nei confronti di Tbilisi, evitando di inviare "falsi segnali sul fatto che l'Alleanza atlantica è a fianco della Georgia"e ha annunciato che Mosca intende "prendere misure" al riguardo.
Quali siano queste misure non è stato precisato, ma evidentemente al Cremlino intendono muoversi a tutto campo, visto che mentre Il presidente russo Dimitri Medveded e quello americano Barack Obama si sono detti d'accordo sul bisogno di ridurre la tensione in Georgia, due sottomarini nucleari russi avrebbero pattugliato le coste degli Usa negli ultimi giorni, almeno secondo quanto scrive il New York Times, Un episodio, che riporta al tempo della "guerra fredda" e che non ha precedenti negli ultimi quindici anni.


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3 agosto 2009


RIPRENDIAMO IL LAVORO. BUONE VACANZE.

Rientrato alla base dopo un paio di settimane di ferie, eccomi di nuovo qui a parlare di Europa sud orientale, di quella terra di mezzo che per comodità indichiamo nell'area che va dai Balcani alla Turchia, ma che non è solo una regione geografica, ma anche un territorio della mente e del cuore. Non è successo molto, in questi quindici giorni, nel sud est europeo. O meglio, non è successo nulla di eclatante. Non come l'anno scorso quando a luglio ci fu l'inatteso e per molti aspetti soprendente arresto di Radovan Karadzic dopo tredici anni di latitanza. Quest'anno invece niente. Per ora Ratko Mladic e Goran Hadzic continuano la loro fuga, se di fuga si può parlare. Ma a parte il mancato arresto dei criminali di guerra ricercati, in questi quindici giorni sono successe comunque diverse cose interessanti nell'Europa sud orientale.

Le elezioni anticipate del 29 luglio in Moldova, per esempio, che disegnano un nuovo panorama politico per il paese, con i comunisti che hanno perso la maggioranza e l'opposizione che ora può formare un nuovo governo, ma con il rischio di una perdurante instabilità visto che con gli attuali numeri senza un accordo tra la coalizione di maggioranza e la neo opposizione comunista non sarà possibile l'elezione del nuovo presidente della repubblica. Per evitare un nuovo scioglimento del parlamento tutte le forze politiche moldave dovranno quindi intraprendere un processo negoziale che si preannuncia tutt'altro che facile, anche perché, al momento, il compromesso per eleggere il nuovo capo dello stato sembra molto lontano dal poter essere raggiunto.

Un paese dove, invece, non ci dovrebbero essere rischi di instabilità è la Bulgaria. Lo scorso 5 luglio le urne hanno indicato la chiara vittoria del sindaco di Sofia, Boyko Borisov, leader del partito GERB (Cittadini per uno sviluppo europeo della Bulgaria). E così il 27 luglio il parlamento ha dato la fiducia al nuovo governo, un esecutivo monocolore che ha avuto il sostegno, oltre che dei 116 deputati del GERB, dei 21 deputati del partito nazionalista Ataka, dei 15 della Coalizione azzurra (di destra) e dei dieci di RZS (Ordine, legalita', giustizia), un nuovo partito populista di destra entrato per la prima volta in Parlamento. I 77 voti contrari (più un'astensione) sono arrivati dal Partito socialista e dal Movimento per diritti e libertà (il partito della minoranza turca, di orientamento liberale).
Illustrando il suo programma, Borisov ha detto che l'obiettivo principale del nuovo governo "è garantire lo sviluppo europeo della Bulgaria'' e ''l'applicazione di misure efficienti per superare la recessione nel paese a seguito della crisi mondiale''. Il neo premier ha ribadito, inoltre, la sua ''ferma volontà politica'' di ''combattere la corruzione a tutti i livelli dell'amministrazione statale'' lasciata in eredità dall'ex governo del socialista Serghei Stanishev e di ''troncare le connessioni tra la criminalità organizzata e il potere''. Dichiarazioni impegnative e ambiziose visto che corruzione e illeciti finanziari stanno piagando la Bulgaria in modo tale da farle rischiare un'uscita dall'orbita europea e un ritorno sotto la sfera di influenza della Russia. Così si legge, almeno, in un rapporto della Commissione Ue presentato il 22 luglio dopo che già lo scorso anno l'esecutivo europeo aveva sospeso circa 500 milioni di euro di aiuti a causa della corruzione diffusa che affligge in particolare il sistema pubblico e l'apparato statale. 115 milioni di euro sono stati poi "scongelati" da Bruxelles. Il rapporto di quest'anno non propone nuove sanzioni per quello che resta uno dei paesi più poveri tra i 27, ma si confermano le critiche per gli sforzi insufficienti delle autorità e si raccomanda di estendere il monitoraggio speciale della UE anche oltre il 2009.

Un'altro paese che è andato recentemente al voto è l'Albania. Qui il governo uscente è stato riconfermato. L'opposizione di centro-sinistra, guidata dal Partito socialista, non è riuscita a prevalere sulla coalizione di centro-destra, guidata dal leader del Partito democratico, Sali Berisha, che per formare una maggioranza di governo può contare anche sul sostegno del Movimento socialista per l'Integrazione, forza di sinistra nata da una scissione del Partito socialista guidata dall'ex premier Ilir Meta. Dopo la sconfitta, il leader dell'opposizione, Edi Rama, attuale sindaco di Tirana, è stato costretto a rinunciare alla guida del Partito socialista in osservanza dello statuto che prevede l'automatica interruzione del mandato del capo del partito in caso di sconfitta elettorale. L'opposizione è riuscita, infatti, ad ottenere solo 66 dei 140 seggi del parlamento albanese, in una consultazione che i socialisti hanno giudicato ''gravemente deformata dai brogli e dalle irregolarita''.

C'è poi sempre il Kosovo. La Corte internazionale di giustizia dell'Aja, il massimo organo giurisdizionale delle Nazioni Unite, ha fissato per il primo dicembre prossimo l'inizio delle audizioni per valutare se la dichiarazione unilaterale di indipendenza del 17 febbraio 2008 è conforme al diritto internazionale. Il procedimento era stato avviato nell'ottobre dello scorso anno, su mandato dell'Assemblea generale dell'ONU. Finora il Kosovo è stato riconosciuto da 60 paesi, tra i quali gli Stati Uniti e 22 dei 27 membri dell'UE, compresa l'Italia. Il parere della Corte non è vincolante, ma un verdetto ad essa favorevole sarebbe una notevole vittoria politica e diplomatica per la Serbia (e per la Russia). Esso, probabilmente, bloccherebbe nuovi riconoscimenti e potrebbe anche spingere alcuni Paesi a rivedere la loro precedente decisione. Certamente renderebbe molto più complicata l'adesione di Pristina alle massime istituzioni sovranazionali. Tuttavia, secondo Tibor Varadi, esperto costituzionalista e professore di diritto internazionale, che in passato ha rappresentato la Serbia alla Corte dell'Aja in un'altra disputa con la Bosnia-Erzegovina, la decisione dei giudici, alla luce di verdetti ambigui già emessi in passato, potrebbe essere tale da essere interpretata come una vittoria sia da Pristina che da Belgrado.

Il 24 luglio la Grecia ha celebrato il 35° anniversario della fine della dittatura militare e mentre il paese si trova a fronteggiare l'ennesima, devastante catena di incendi estivi, il presidente Karolos Papoulias, di fronte ad un'ondata di scandali che sta travolgendo la vita politica e sociale nazionale, ha invitato il paese a ''ridefinire le regole'' morali per far fronte ad una ''crisi profonda''. Papoulias ha avvertito che ''la crisi è profonda'' non solo a causa di corruzione, favoritismi e clientelismi a livello politico e amministrativo, ma ''soprattutto perché il codice di valori è stato eroso''. Bisogna ''ridefinire nuove regole'' su ''ciò che è giusto e ciò che non lo è" e su ''che mondo vogliamo lasciare ai nostri figli'', ha detto Papoulias invitando a guardare a chi lottò contro la dittatura quale esempio di un grande impegno per il bene collettivo. Un appello all'unità degli sforzi politici per il bene supremo del paese è stato rivolto anche dal premier Costas Karamanlis il cui partito, Nuova democrazia, è travolto da una serie di scandali di corruzione che hanno contribuito alla sua sconfitta alle recenti elezioni europee, mentre Giorgio Papandreou, leader del Partito socialista, anche esso sfiorato dallo scandalo delle tangenti Siemens, ha avvertito che la Grecia attraversa oggi la sua ''crisi peggiore''.

Sempre 35 anni fa, pochi giorni prima della caduta del "regime dei colonnelli" in Grecia, la Turchia invadeva la parte nord dell'isola di Cipro a difesa della minoranza etnica turca. L'occupazione, che avrebbe poi portato alla creazione di uno stato attualmente non riconosciuto dalla comunità internazionale, fu l'atto finale di uno scontro che affonda le sue origini nei secoli e che al giorno d'oggi rappresenta uno dei maggiori ostacoli sul percorso di integrazione europea della Turchia. In occasione dell'anniversario, in un'intervista televisiva, il ministro degli esteri turco, Ahmet Davutoglu, ha dichiarato che "la Turchia non vuole che Cipro resti divisa e i negoziati in corso sono l'ultima possibilità di riunificarla, altrimenti occorrerà trovare un'alternativa".
Negli ultimi mesi Ankara si è più volte espressa a favore di una soluzione del problema, ricordando anche il referendum del 2004 che vide i turco-ciprioti, al contrario dei greco-ciprioti, a grande maggioranza favorevoli al piano di riunificazione elaborato dall'ONU. Dopo l'elezione del nuovo presidente greco-cipriota, entrambe le parti hanno aumentato gli sforzi per trovare un compromesso. Sotto l'egida dell'ONU, il presidente greco- cipriota, Dimitris Christofias, e il suo omologo turco-cipriota, Mehmet Ali Talat, hanno avviato colloqui tesi alla riunificazione dell'isola e, secondo vari analisti, potrebbero esserci concrete prospettive per arrivare a una soluzione addirittura entro la fine di quest'anno. Al di là delle dichiarazioni di buona volontà la cosa però non è per niente facile ed il rischio di un ennesimo fallimento è tutt'altro che remota. Tutti avvertono, quindi, che l'occasione non va sprecata perché forse non se ne presenterà un'altra.
Intanto, le due comunità hanno continuato a ricordare la ricorrenza del 20 luglio in maniera diametralmente opposta. Mentre nella Repubblica di Cipro le bandiere sventolavano a mezz'asta, risuonavano le sirene dell'allarme aereo e i greco-ciprioti si riunivano nelle chiese ortodosse, nella Repubblica turca di Cipro Nord si celebrava con una parata militare "l'operazione di pace Attila" che fu decisa da Ankara per proteggere la minoranza turco-cipriota da un tentativo di colpo di stato di nazionalisti greco-ciprioti che avrebbe portato all'annessione dell'isola alla Grecia.

Come dicevo all'inizio, contrariamente a quanto accadde l'anno scorso con Karadzic, per ora dalla Serbia non è venuta nessuna sopresa sulla cattura di Ratko Mladic, né di Goran Hadzic, gli ultimi due super ricercati del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia.
L'ex capo militare dei serbo-bosniaci potrebbe però essere arrestato entro la fine di agosto, almeno stando a quanto scriveva a metà luglio il quotidiano popolare belgradese "Pravda", vicino agli ambienti nazionalisti, che citava "una fonte molto ben informata della dirigenza" serba. Secondo il giornale l'arresto di Mladic sarebbe la risposta alla disponibilità mostrata dall'Unione europea con l'annuncio sulla prossima abolizione dei visti per i cittadini serbi. La fonte del giornale conoscerebbe persino la data precisa dell'arresto: "Ratko Mladic sarà consegnato al Tribunale dell'Aja entro il primo settembre, consentendo all'Ue di fare concessioni alla Serbia entro la fine dell'anno". La cattura di Mladic, aggiungeva il quotidiano, verrebbe anche sfruttata dai partiti di governo per la campagna elettorale nel caso di elezioni anticipate.
Intanto, una decina di giorni fa, il commissario europeo all'Allargamento, Olli Rehn, durante la sua visita a Belgrado ha sottolineato il pieno appoggio di Bruxelles alle prospettive di integrazione europea della Serbia che però deve "portare a termine" la collaborazione con il Tribunale, consueta formula diplomatica che ribadisce che la cattura di Mladic è la chiave per aprire a Belgrado le porte dell'Unione europea.
Pochi giorni fa, in un'intervista all'emittente indipendente serba B92, il presidente del comitato nazionale per la collaborazione con il Tribunale internazionale e ministro del Lavoro, Rasim Ljajic, ha dichiarato che Mladic "non potrà rimanere ancora libero a lungo perché le le ricerche dei nostri servizi e di quelli stranieri sono permanenti''. "Non è possibile che riesca a nascondersi a un così gran numero di agenti dei nostri servizi e dei servizi stranieri'', ha aggiunto Ljajic, specificando che i servizi di altri paesi forniscono informazioni ma non prendono parte alle ricerche sul terreno.
In precedenza, lo stesso Ljajic, in un'intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung, rilanciata dall'agenzia Tanjug, aveva ribadito la ferma determinazione di catturare Mladic escludendo che tra le cause del mancato arresto vi sia la scarsa determinazione delle autorità di Belgrado. "Vi è una volontà politica per l'arresto di Ratko Mladic'', ha affermato Ljajic, ricordando che la Serbia ha catturato 44 dei 46 ricercati dal Tribunale dell'Aja per i crimini di guerra compiuti durante le guerre jugioslave degli anni Novanta. "Il suo arresto non sarà un successo personale mio, ma un successo per la Serbia intera", ha detto ancora Ljajic.
L'impegno per la cattura di Mladic è stato ribadito anche dall'ambasciatrice serba presso l'UE, Roksanda Nincic, a margine della sua lezione alla Summer school sulle istituzioni e le politiche della UE, organizzata dalla Regione Veneto. "Il livello di intensità degli sforzi per localizzare Ratko Mladic non ha paragoni con nessun tipo di altra operazione di sicurezza mai avuta nel paese, con partner internazionali e rappresentanti del tribunale penale internazionale dell'Aja per l'ex Jugoslavia coinvolti, che seguono tutte le riunioni dove strategie e operazioni vengono definiti. Continueremo nello stesso modo'', ha affermato l'ambasciatrice.

Infine la Turchia. La notizia più importante di questo periodo, soprattutto se sarà confermata, è l'esistenza di una "road map" per la soluzione curda elaborata dal leader del PKK, Abdullah Ocalan, attualmente detenuto nel carcere di massima sicurezza dell'isola di Imrali, in mezzo al mar di Marmara, per scontare la condanna (inizialmente a morte poi commutata in ergastolo) inflittagli nel 2002. Il piano potrebbe essere reso noto nei suoi dettagli tra non molti giorni.
Secondo le indiscrezioni trapelate nei giorni scorsi il piano prevederebbe quattro punti. Ocalan si sarebbe rifatto alla Misak-i-milli, il giuramento nazionale redatto dall'Impero ottomano nel 1920 e alla costituzione del 1921 che stabiliva l'unità de turchi e dei curdi riconoscendo a questi ultimi i loro diritti etnici e culturali. Il PKK rinuncerebbe al separatismo e all'obiettivo della creazione di uno stato curdo indipendente. La Turchia da parte sua dovrebbe approvare una nuova costituzione per sostituire quella del 1982 frutto del golpe militare di due anni prima. L'ultimo passo sarebbe il disarmo e lo scioglimento delle unità del PKK basate nel Kurdistan iracheno. Mediatore e garante, soprattutto verso le formazioni armate curde, sarebbe lo stesso "Apo".
Attraverso questo progetto la Turchia potrebbe mettere fine ad un conflitto sanguinoso che si protrae da troppo tempo e che ha pregiudicato fin qui lo sviluppo sociale ed economico del sud est del paese. Il rischio è però che l'autorità di Ocalan tra i separatisti curdi non sia più quella di un tempo e che quindi una parte del suo movimento non lo segua e continui la lotta armata facendo fallire ogni progetto di pacificazione e di soluzione della questione curda. Ma grossi ostacoli potrebbero venire anche da parte turca, dai settori nazionalisti (sia quelli di tradizione kemalista, sia quelli di destra), ma anche dai militari. Per ora il premier Erdogan non si esprime, mentre il PKK ha proclamato una tregua unilaterale fino al 1 settembre. Fra qualche giorno Ocalan dovrebbe poter incontrare i suoi legali mettendo così fine ad un isolamento che dura da dieci anni. Solo dopo sapremo se davvero la "road map" esiste e se davvero siamo alla vigilia di una nuova fase della questione curda.

E dopo questo sommario e incompleto riassunto di alcune cose accadute nel sud est europeo in questi quindici giorni di mia assenza vacanziera rimettiamoci all'opera. Saluti a chi come me sarà a lavorare ad agosto, a chi invece parte ora e soprattutto a chi, purtroppo, in vacanza non ci andrà nemmeno per un giorno.





permalink | inviato da robi-spa il 3/8/2009 alle 15:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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