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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





26 gennaio 2010


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale



Il sommario della puntata del 23 gennaio 2010

Croazia: le tensioni con la Serbia prima prova internazionale per il neo presidente Ivo Josipovic;
Albania: il Consiglio d'Europa chiede di risolvere la crisi politica interna;
Kosovo: la minoranza montenegrina chiede il rispetto dei suoi diritti;
Macedonia: la Slovenia offre la sua mediazione per risolvere il contenzioso del nome con la Grecia.

L'ultima parte del programma è dedicata ad un ritratto della Transnistria, lo stato fantasma ai confini dell'Europa.

In apertura un ricordo di Hrant Dink, il giornalista turco-armeno assassinato tre anni fa da un estremista nazionalista turco.

La trasmissione è curata e condotta da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura. Tutte le puntate sono riascoltabili sul sito di Radio Radicale.


24 gennaio 2010


KOSOVO. AMBASCIATORE GIFFONI: "LA PARTIZIONE NON E' UNA SOLUZIONE, BISOGNA PUNTARE ALL'INTEGRAZIONE ALMENO AMMINISTRATIVA"

Foto tratta da news.bbc.co.ukA proposito del Kosovo e in particolare della situazione nella parte settentrionale del Paese, a nord del fiume Ibar, segnalo quanto afferma l'ambasciatore italiano a Pristina Michael L. Giffoni, recentemente nominato facilitatore per l'Unione Europea nel nord del Kosovo, in un'intervista di Francesco Gradari pubblicata lo scorso 14 gennaio sulsito di Osservatorio Balcani e Caucaso ("Kosovo tra reale e virtuale").

La complessa situazione politico-istituzionale nella zona a nord dell’Ibar, afferma l'ambasciatore, "è dovuta principalmente al fatto che la comunità serba non si riconosce nelle istituzioni della Repubblica del Kosovo, di cui tuttavia geograficamente ed istituzionalmente fa parte. Ma è anche uno degli elementi principali della complessità generale, ed in un certo senso paradossale, del Kosovo attuale, caratterizzato dalla compresenza di più livelli di realtà e virtualità. Da un lato ci sono le istituzioni della Repubblica del Kosovo, riconosciute da parte della comunità internazionale con un processo di consolidamento decisamente avviato che consente loro di esercitare una sovranità sul territorio sostanzialmente piena, anche se incompleta per alcuni aspetti. Tali aspetti di incompletezza sono legati alla Risoluzione 1244, formalmente ancora vigente in Kosovo, ma presente si potrebbe dire in maniera virtuale, perché non più in linea con la situazione reale sul terreno. Allo stesso tempo, parte della comunità serba, in proporzione decisamente schiacciante nel Nord ma non più preponderante nelle enclaves nel resto del paese, non si sente parte di tale contesto istituzionale statale. Sono almeno tre livelli di realtà (e virtualità) che bisogna cercare di rendere sempre più vicini e contigui per poterci avvicinare ad una soluzione senza conflittualità: questo penso sia il compito della comunità internazionale, ed in particolare dell’Unione Europea".

Le recenti elezioni amministrative hanno messo in luce una differenza di atteggiamento tra i serbi kosovari che abitano la regione a nord dell'Ibar, che hanno proseguito nel boicottaggio di istituzioni che non riconoscono, e quelli delle enclaves nel resto del Paese nelle quali, invece, per la prima volta è emersa una disponibilità alla collaborazione con Pristina. A questo proposito l'ambasciatore Giffoni spiega che "esiste una frattura sempre più estesa all’interno della comunità serba tra chi vive a nord e chi a sud dell’Ibar. Quest’ultima componente della popolazione serba sta gradualmente decidendo di prendere parte alla vita civile del paese e fruisce già di diversi servizi, più a livello municipale che statale. La cospicua partecipazione dei serbi alle ultime elezioni amministrative kosovare ne è la prova. I serbi delle “enclaves“ hanno seguito un percorso in parte autonomo in questi anni rispetto a quanto successo al nord. Ovviamente si tratta solo di un inizio di integrazione, ma qualcosa si muove. Per la popolazione serba residente al nord, questo processo risulta più difficile per una serie di aspetti direi di natura strutturale, in primo luogo la contiguità territoriale con la Serbia e la compattezza della loro presenza sul territorio. Ma ciò non significa che a nord non si possa intraprendere un cammino di integrazione almeno a livello amministrativo, se ciò risponde a quelle che sono le esigenze primarie della comunità serba stessa. Del resto, i serbi del nord hanno prestato nell’ultimo periodo una crescente attenzione a quello che sta succedendo nelle comunità serbe residenti a sud di Mitrovica ed alle motivazioni che sottendono alla loro partecipazione alle elezioni".

Un altra questione importante toccata da Gradari nell'intervista è quella della possibile partizione del Kosovo. Da tempo si parla della possibilità che Pristina rinunci alla zona a nord dell'Ibar dove i serbi sono maggioranza, e che si così riunirebbero alla Serbia, in cambio dei comuni a maggioranza albanese nel sud est della Serbia. Giffoni spiega, con argomenti a mio parere convincenti, che questa ipotesi non praticabile e, anzi, avrebbe conseguenze molto negative. "In realtà nessun governo occidentale ha mai dichiarato sino ad oggi il suo sostegno all’ipotesi di partizione del territorio della Repubblica del Kosovo. Lei forse si riferisce ad opinioni singole di alcuni diplomatici o esperti di politica internazionale, ma mai delle posizioni ufficiali. Su questo punto sono intervenuto varie volte e non mancherò mai di ripetere la mia profonda convinzione, che mi sembra in linea con quella della maggior parte degli attori coinvolti e dei semplici osservatori delle complesse questioni balcaniche. Se concordiamo sul fatto che l’obiettivo fondamentale sia quello di stabilizzare i Balcani occidentali, anche attraverso il loro avvicinamento a Bruxelles, l’ipotesi di una partizione o di uno scambio di territori tra Kosovo e Serbia non può essere nemmeno presa in considerazione. La partizione non è una soluzione. Mettendo di nuovo mano ai confini, infatti, si creerebbe solamente una escalation di rivendicazioni e potenziali tensioni a livello regionale difficilmente ricomponibile. La partizione non risolverebbe il problema, ma ne genererebbe di nuovi perché verrebbe rimessa nuovamente al centro la questione dei confini, rendendola ancora più acuta e importante invece di marginalizzarla come la logica dell’integrazione vorrebbe. Ritengo, inoltre, che la partizione non soddisfi nemmeno la Serbia, per la quale la soluzione del problema kosovaro non può coincidere con l’annessione di una striscia di terra".

Leggi l'intervista di Francesco Gradari all'ambasciatore Michael L. Giffoni su Osservatorio Balcani e Caucaso


23 gennaio 2010


KOSOVO: RELAZIONE DI BAN KI MOON AL CONSIGLIO DI SICUREZZA

La situazione del Kosovo di nuovo all'attenzione delle Nazioni Unite. Ieri il Consiglio di Sicurezza ha discusso l’ultima relazione trimestrale del segretario generale Ban Ki-moon che invita le autorità di Belgrado e di Pristina a lasciare da parte la questione dello status del Kosovo per concentrarsi sulla cooperazione regionale. La Serbia ha deciso di essere presente al massimo livello al Palazzo di vetro: la delegazione serba è stata infatti guidata dal presidente Boris Tadic accompagnato dal ministro degli Esteri Vuk Jeremic. Un modo per sottolineare l'importanza che Belgrado attribuisce alla questione del Kosovo e il rifiuto di riconoscere l'indipendenza della provincia che secondo la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza continua ad essere una provincia serba.

Al centro del dibattito è stata l’annunciata volontà del governo kosovaro di integrare l’area a maggioranza serba di Mitrovica Nord puntando su un piano di decentralizzazione che includerebbe una maggiore presenza di polizia e tribunali dipendenti da Pristina. Un progetto definito “illegale” dal ministro degli Esteri serbo, Vuk Jeremic, che ha accompagnato il presidente Boris Tadic a New York, e che desta preoccupazione per le probabili rimostranze della popolazione di etnia serba fedele a Belgrado, che non ha mai accettato la sovranità di Pristina. La durissima reazione dei serbi di Mitrovica al tentativo degli ufficiali della missione dell’Onu (Unmik), nel marzo 2008, di assumere il controllo dei tribunali della città, fa temere seriamente che la stessa operazione possa essere accettata pacificamente qualora fosse tentata questa dalle autorità di Pristina.

Il problema coinvolge direttamente anche l’Unione europea che lo scorso anno ha dispiegato la propria missione civile Eulex, impegnata in particolare proprio sul fronte giudiziario: La portavoce di Eulex, Karim Limdal, ha infatti ammesso che la missione europea è stata consultata da Pristina su questo tema, ma si è affrettata a precisare che questa "non è la strategia dell’Ue". Il presidente Tadic ha ribadito che la Serbia non riconoscerà mai l’indipendenza proclamata unilateralmente dal Kosovo il 17 febbraio 2008, e ha ricordato che sulla legittimità della secessione kosovara secondo il diritto internazionale pende ancora il giudizio della Corte internazionale di Giustizia dell'Onu. Una sentenza attesa per la metà di quest'anno che pur non avendo un valore cogente, avrà un indubbio peso politico e diplomatico. Un orientamento condiviso dalla Russia il cui ministro degli Esteri ha attribuito proprio alla decisione della Corte la destabilizzazione della regione.

Nei giorni scorsi l'ex rappresentante dell'Unmik nel nord del Kosovo, Gerard Gallucci, ha scritto sul suo blog che l'Ufficio civile internazionale (Ico) avrebbe un "piano segreto" per applicare il Piano Ahtisaari nelle zone a maggioranza serba del nord del Kosovo. Il piano prevederebbe di organizzare elezioni a Mitrovica nord e nei tre comuni di Zvecan, Leposavic e Zubin Potok nella primavera di quest'anno per emarginare le strutture parallele organizzate dai serbi, proseguire il dispiegamento della missione civile europea Eulex in queste zone e chiudere l'ufficio dell'Onu. Il presidente Tadic ha condannato severamente questa "soluzione finale" per il nord del Kosovo dichiarando che il piano rappresenta una pericolosa e inutile provocazione che potrebbe mettere a repentaglio la fragile stabilità del Kosovo. Una soluzione di questo tipo, secondo Tadic, violerebbe drasticamente la risoluzione 1244 e impedirebbe di trovare una via d'uscita dalla crisi, tenendo presente che la Serbia e gli altri attori internazionali che dimostrano responsabilità stanno cercando invece il modo di mantenere la stabilità.

La situazione rimane dunque estremamente delicata, come ha spiegato il segretario generale Ban Ki-moon nella sua relazione, nella quale questa fase è definita "relativamente pacifica ma fragile". La relazioni del segretario generale dell'Onu è stata seguita da quella del capo dell’Unmik Lamberto Zannier. In questo Belgrado e Pristina restano per il momento su posizioni inconciliabili. Il ministro degli Esteri kosovaro, Skender Hiseni, definito dai serbi "rappresentante delle autorità provvisorie kosovare", ha dichiarato che Pristina non intende più negoziare lo status del Kosovo. Parole che hanno provocato la reazione del presidente serbo Tadic, secondo il quale posizioni del genere rappresentano una minaccia per l’intera regione. Tadic ha rilevato che l’intera regione è stata vittima di quello che è accaduto negli anni Novanta e che è inaccettabile che Hiseni usi questo come argomento per dichiarare che lo status del Kosovo è risolto.


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21 gennaio 2010


PASSAGGIO SPECIALE: AL QUAEDA NEI BALCANI

All'inizio di quest'anno il ministro degli esteri israeliano, Avigdor Libermann, in occasione della visita in Israele del premier macedone, Nikola Gruevski, ha lanciato l'allarme sul rischio che i Balcani diventino il prossimo obiettivo di Al Quaeda e di altri gruppi estremisti islamici. Secondo le informazioni di cui dispongono i servizi segreti israeliani, i Balcani sono la prossima destinazione della rete jihadista. Libermann ha citato come prova un trasferimento di fondi da presunte organizzazioni umanitarie islamiche verso i Balcani ricordando le analoghe modalità con cui Hezbollah, grazie ai finanziamenti iraniani, si è infiltrata in America latina e Al Qaeda abbia fatto altrettanto in Africa.

Al fondamentalismo islamico e alla presenza di gruppi terroristici jihadisti è dedicato lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda a Radio Radicale mercoledì 20 gennaio

L'Islam balcanico ha caratteri diversi da quello medio-orientale e arabo. La presenza islamica nella regione balcanica risale infatti al periodo in cui la regione faceva parte dell'Impero Ottomano. Dopo la seconda guerra mondiale, nei primi 20 anni della Jugoslavia socialista, l'Islam fu visto come una religione arretrata. Le scuole coraniche furono proibite, i dervisci messi fuori legge, molte moschee distrutte, chiuse o utilizzate per altri scopi, le società culturali musulmane sciolte o abbandonate, mentre i membri musulmani del partito ricevettero la direttiva di non circoncidere i propri figli. Il problema riguardava soprattutto la Bosnia, dove si trovava la maggioranza dei musulmani jugoslavi.

In seguito, il regime concesse una certa apertura a partire dagli anni Sessanta. La posizione rispetto all'Islam cambiò perché Tito, insieme al presidente egiziano Nasser e a quello indiano, Nehru, diede vita proprio allora al Movimento dei Paesi non allineati ed aveva bisogno dei "propri" musulmani per rafforzare la sua posizione all'interno del nuovo movimento politico. Nel 1968, il Comitato centrale del partito comunista della Bosnia Erzegovina concesse ai musulmani lo status di nazionedi. Nel censimento del 1971, per la prima volta, venne inserita la categoria "musulmani" in senso di identità nazionale. I bosniaci che non si sentivano né serbi né croati, potevano dichiararsi "Musulmani" (nel 1993 modificato poi in Bosgnacchi). Attualmente si stima che in Bosnia Erzegovina i bosgnacchi rappresentino circa la metà della popolazione.

Della presenza di mujaheddin in Bosnia si parla dall'epoca della guerra alla metà degli anni Novanta. Ancora due anni e mezzo fa, l'allora rappresentante Usa in BiH, Raffi Gregorian, ritornò a parlare della presenza nel paese di “simpatizzanti di Al Qaeda”, pur precisando che non pensava ai “musulmani locali e ai bosgnacchi”. E però, come scriveva Zlatko Dizdarevic in un articolo del 28 agosto 2007 sul sito di Osservatorio Balcani, notava "lo strano rimandare la cacciata dallo Stato di alcuni mujaheddin giunti in Bosnia durante la guerra, ai quali in seguito è stata tolta la cittadinanza, ridotto il soggiorno e rifiutato l’asilo". Da segnalare anche la dura presa di posizione del settimanale Dani in un articolo di Vildana Selimbegovic del 10 novembre 2006, dopo gli scontri che erano avvenuti in Sangiaccato e altri episodi che avevano coinvolto la locale comunità musulmana presa tra Islam tradizionale e le nuove versioni importate durante e dopo la guerra.

L'altro Paese "islamico" della regione è l'Albania. Quello albanese non è mai stato un Islam fondamentalista. Gli aspetti retrogadi della società albanese sono legati alla cultura locale e non all'islam. Quasi mezzo secolo di regime comunista ha fatto il resto ed oggi la società albanese continua ad essere profondamente segnata da ateismo e secolarizzazione e a guardare decisamente all'Occidente. Un anno fa, però, la vicenda di una ragazza espulsa da scuola perché portava il velo, ha sollevato un caso anche perché il pluralismo seguito alla caduta del regime ha portato anche al crescere di una comunità di giovani musulmani, per ora minoritario.

Il giornale serbo Glas Javnosti in un articolo del 2007 intitolato "Uno stato islamico in Europa” scriveva che “la guerra civile in BiH tra il 1992-1995 ha dimostrato che i fondamentalisti islamici avevano organizzato vere unità di guerriglia terroristica che dall’Afghanistan sono arrivate in BiH con l’obbiettivo di combattere con i loro seguaci per il jihad". Inoltre, per ‘Glas javnosti’ la Macedonia sarebbe stato un obiettivo privilegiato dei mujahedin e dei terroristi legati ad Al Quaeda che dall’Albania e dal Kosovo hanno cercato di insediarsi nella maggior parte del Paese con l’aiuto degli albanesi locali. "Il principale obiettivo dei fondamentalisti islamici è la creazione di uno stato musulmano nel cuore dell’Europa”, scriveva ancora Glas javnosti, affermando che “la BiH e i Balcani sono diventati una stazione inevitabile per molti fondamentalisti islamici sulla loro via verso l’Europa” grazie ai soldi e al sostegno ricevuto da paesi islamici come Iran, Siria, Pakistan e Arabia Saudita.

Ascolta lo Speciale di Passaggio a Sud Est del 20 gennaio 2010


20 gennaio 2010


TRE ANNI FA, HRANT DINK

Tre anni fa veniva assassinato Hrant Dink, il giornalista armeno-turco, fondatore della rivista bilingue “Agos”, uno dei simboli in Turchia dell'impegno per il rispetto delle minoranze e per la riconciliazione tra armeni e turchi. Un impegno che Dink ha portato avanti negli anni con convinzione pur sapendo che questo avrebbe messo a rischio la sua vita. E la sua vita è stata spenta per questo, da un ragazzo venuto da Trabzon, Ogun Samast, che gli sparò davanti alla sede del suo giornale, il 19 gennaio del 2007. Hrant Dink aveva scelto di lottare per i diritti culturali di tutte le minoranze, non solo degli armeni, ma nello stesso tempo, di adoperarsi perché anche le minoranze si avvicinassero ai turchi.

Non aveva avuto paura di affrontare temi difficili in Turchia. Nel 2005 fu condannato a sei mesi di reclusione per suoi articoli sul genocidio degli armeni ritenuti offensivi per l'identità turca secondo l'articolo 301 del codice penale turco. Una condanna che (così come i processi per gli stessi motivi agli scrittori Elif Shafak e Orhan Pamuk), suscitò forti critiche dall'Unione europea, critiche che portarono successivamente ad un ammorbidimento della norma. Negli ultimi anni l'odio che il suo lavoro gli aveva attirato e le minacce di morte ricevute lo avevano spinto a pensare di fuggire da questa realtà anche se poi dichiarò che un passo del genere avrebbe rappresentato un tradimento di tutto quanto aveva fatto.

Con l’assassinio di Dink, però, è finalmente venuto alla luce in Turchia qualcosa che da allora non si è più potuto zittire. Il giorno del suo funerale, decine di migliaia di persone, di turchi, scesero in strada per dire “Siamo tutti armeni”, “Siamo tutti Hrant Dink”. E Hrant Dink non è stato dimenticato: altri continuano a portare avanti il suo lavoro per la riconciliazione e la convivenza tra truchi e armeni. Quello che manca è la verità sul suo assassinio. Il procedimento a carico del killer è in stallo e i retroscena della vicenda restano per ora oscuri. Così come è stato affrontato fino ad ora il caso non può essere risolto, sostengono gli avvocati Cetin e Tuna, secondo i quali solo esaminando e mettendo in relazione tra loro tutti i fatti avvenuti prima e dopo l'assassinio sarà possibile arrivare alla verità.

Io penso che questo dovrebbe essere interesse anche delle autorità turche. E chiunque, come me, ama la Turchia e spera nella sua adesione all'Unione europea, non può che sperare che la verità sul caso Dink sia trovata: per il bene dei turchi, degli armeni e di tutti coloro che vogliono la pace. Quella vera, quella che non si può ottenere senza giustizia.

Un'immagine dei funerali di Hrant Dink
 


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20 gennaio 2010


A TRIESTE IL CINEMA DELL'EUROPA CENTRO-ORIENTALE

Sono più di 130 gli ospiti, i relatori e i titoli che animeranno la ventunesima edizione del Trieste Film Festival che si inaugura domani e che proseguirà fino al 28 gennaio. Un appuntamento unico in Italia con il cinema dell'Europa centrale e orientale che quest'anno ha perso la sua sede principale - il Cinema Excelsior - per distribuirsi tra Teatro Miela e Cinema Ariston. Molti i grandi nomi presenti quest'anno: da Fanny Ardant a Theo Anghelopoulos, da Predrag Matvejevic a Claudio Magris, a Goran Paskaljevic, uno degli autori più importanti dell’area ex jugoslava, la cui ultima fatica “Honeymoons”, tragicommedia divisa in due parti, una albanese e una serba, inaugura domani la rassegna.
In concorso tra i lungometraggi debutta alla regia Fanny Ardant che nella serata di chiusura presenterà “Cendres et sang" (Ceneri e sangue), da lei scritto e diretto, che racconta la storia di una donna romena fuggita con i figli dopo l’assassinio del marito che torna a casa dopo 18 anni ritrovando un clima di odio e di vendetta.
Anghelopoulos sarà protagonista il 26 gennaio con Claudio Magris di una conversazione moderata da Predrag Matvejevic, a cui parteciperanno anche Omero Antonutti e Franco Giraldi. Il regista greco presenterà poi il suo più recente lavoro, “I skoni tou chronou" (La polvere del tempo), presentato lo scorso anno al Festival di Berlino. A Treste sarà possibile anche vedere “Taxidi sta Kythira" (Viaggio a Citera), film del 1984 con Giulio Brogi mai distribuito in Italia.
Il concorso lungometraggi comprende 12 titoli. Dal greco“Kynodontas" di Iorgos Lànthimos al serbo “Ordinary People” di Vladimir Perišic, dal romeno “Cea mai fericita fata din lume" (La ragazza più felice del mondo) di Radu Jude, altro esordio importante al croato “Crnci" (I Neri) di Goran Devic & Zvonimir Juric. Molto presente il tema delle guerre jugoslave, non solo con s torie ambientate all'epoca dei fatti, ma anche incentrate sui processi a criminali di guerra come “Sturm” di Hans-Christian Schmid. E ancora storie di prostituzione come in “Swinki" (Porcellini) di Robert Glinski e in “Slovenian Girl” di Damjan Kozole. Completano la selezione “El paso” di Zdenek Tyc, “Eastern Plays" (Drammi a Est) di Kamen Kalev, “Nem vagyok a baratod" (Non sono tuo amico) di György Pálfi e “Mikro egklima" (Piccolo crimine) di Christos Georgiou.
Nella sezione cortometraggi (18 opere provenienti da 15 paesi), ci sono due italiani: “Il gioco” di Adriano Giannini, tratto da un racconto di Andrea Camilleri, e “Favola zingara” di Davide Del Degan.
Si annuncia interessante anche la competizione documentari, 18 lavori tutti in anteprima nazionale con forte presenza delle repubbliche baltiche, della Russia edella Repubblica Ceca e l’italiana Alessandra Speciale con “Ritratto di famiglia con badante”, mentre il progetto “Eastweek – Nuovi talenti, grandi maestri” coinvolge gli allievi delle accademie di cinema dell’est Europa in incontri e masterclass.
Da segnalare anche gli omaggi a due illustri personalità “locali” recentemente scomparse come Tullio Kezich e Carlo Sgorlon, vari eventi speciali di sicuro interesse, la sezione dedicata alla musica nell’Europa centro-orientale “Muri del suono – Grandi speranze” e la sezione “Zone di cinema”, mentre per la Giornata della memoria il critico Giuseppe Gariazzo presenterà il libro "Conversazioni. Il cinema nelle parole dei suoi autori" con in allegato il dvd del film “Gli occhi stanchi” di Corso Salani.

Tutte le informazioni per seguire gli eventi ed il programma completo del festival sono disponibili sul sito ufficiale www.triestefilmfestival.it
Infoline: +39/327/4007830

Guarda il trailer del 21° Trieste Film Festival


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19 gennaio 2010


SEMPRE MENO LIBERTA' NEL MONDO: BALCANI IN CONTROTENDENZA

Due miliardi e trecento milioni di persone, più di un terzo dell'umanità. Senza diritti e senza libertà. In Africa, in Medio Oriente, in Asia, nei Paesi ex sovietici cresce la repressione dei diritti civili e umani. E per la quarta volta in quarant'anni si registra un peggioramento della situazione a livello globale. E' questo il preoccupante quadro che emerge da "Freedom in the world", il rapporto di Freedon House, l'osservatorio che dal 1972 registra lo stato di salute delle libertà in tutto il pianeta. In un quadro generale preoccupante spicca la contro tendenza rappresentata da alcuni Paesi balcanici e del sud est europeo che invece hanno aumentato la loro libertà rispetto al passato.

Il panorama è davvero fosco. Jennifer Windsor, direttrice esecutiva di FH, in un articolo di Umberto De Giovannangeli sull'Unità del 15 gennaio, avverte che il 2009 ha segnato "una preoccupante erosione di alcune libertà fondamentali, la libertà di espressione e di associazione" e "innumerevoli attacchi contro gli attivisti in prima linea in questi settori". Brutale repressione a Teheran, arresti di dissidenti in Cina, assassini di giornalisti in Russia: "Abbiamo registrato un ulteriore giro di vite nei confronti di donne e uomini che nel mondo si battono per far valere quei diritti umani riconosciuti dalla Dichiarazione universale delle Nazioni Unite e dalle più importanti Convenzioni internazionali", dice ancora Jennifer Windsor.

Complessivamente, su 194 Paesi considerati da Freedom House, quelli classificati come Free sono 89 (pari al 46% del totale dei Paesi e al 46% della popolazione mondiale). Il numero dei Paesi Partly free è sceso a 58 (30% di tutti quelli presi in esame). Quelli giudicati Not free sono salit a 47 (24% del totale). Tra questi ci sono la Russia, le tre repubbliche baltiche, repubbliche ex sovietiche come Kazakistan e Kirghizistan, il Kenia, Bahrein e Giordania e, in America latina, Honduras, Guatemala, Nicaragua e Venezuela. Presenze costanti, una volta di più, quelle di Birmania, Guinea equatoriale, Eritrea, Libia, Nord Corea, Somalia, Sudan, Turkmenistan, Uzbekistan. E poi, naturalmente, la Cina che da sola rappresenta la metà del mondo in gabbia. Significativo il calo delle democrazie elettive da 119 a 116, il numero più basso dal 1995.

Un quadro realmente preoccupante, un calo globale che, fa notare Arch Puddington, responsabile del settore ricerca di FH, citato anche lui da De Giovannangeli sull'Unità, che "interessa Paesi con il potere militare ed economico, investe Paesi che in precedenza avevano mostrato segni di potenziali riforme e mette in evidenza una maggiore persecuzione dei dissidenti politici e giornalisti indipendenti". Ma non basta, perché a peggiorare le cose, prosegue Puddington, "i più potenti regimi autoritari sono diventati ancora più repressivi, più influenti sulla scena internazionale, più intransigenti.

Ad aggravare la situazione ci sono i tanti conflitti in corso, le violente repressioni di proteste e manifestazioni in vari Paesi, gli attentati terroristici. Da segnalare, per l'Europa occidentale, il rischio rappresentato dalle tensioni sociali e culturali provocate dall'immigrazione che mettono a rischio la tradizione di tolleranza e tutela delle libertà civili. In un panorama che purtroppo registra l'intensificarsi della repressione e il declino delle libertà civili in 47 Paesi in Africa, Medio Oriente, America latina e repubbliche dell'ex Urss (che costituiscono il 20% dei sistemi politici del mondo), solo 16 Paesi mostrano una tendenza positiva e tra questi ci sono alcuni Paesi balcanici e del sud est europeo: Croazia, Kosovo, Moldova, Montenegro e Serbia secondo FH sono più liberi che in passato.

Freedom House: Freedom in the World 2010

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