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CAUCASO A RISCHIO

Mappa del CaucasoTutti noi che ci occupiamo di Balcani seguiamo con attenzione l'evolversi della questione del Kosovo che ormai sta arrivando al suo "redde rationem" con l'avvicinarsi della dichiarazione di indipendenza. E naturalmente in questi giorni stiamo aspettando l'esito delle elezioni presidenziali in Serbia il cui risultato avrà un peso esiziale sul futuro della situazione generale dei Balcani a partire proprio da quello che Belgrado deciderà di fare o no al momento della secessione di Pristina. I Balcani, da diverso tempo, sono uno degli scenari su cui si rappresenta lo scontro tra Usa e Russia e quello che succederà in Kosovo - lo si ripete da tempo - avrà ripercussioni anche in altri scacchieri geopolitici. Nel Caucaso, prima di tutto. Lì, come riportava il Sole 24 Ore il 9 gennaio scorso, il Kosovo si chiama Abkhazia e Ossezia del Sud, mentre la Serbia si chiama Georgia. Da mesi Mosca solleva il caso Abkhazia minacciando il riconoscimento delle repubbliche secessioniste filorusse in caso di riconoscimento dell'indipendenza kosovara da parte degli occidentali.
Nonostante ciò, notava Marco Guidi sempre il 9 gennaio sul Messaggero, la situazione della Georgia sembra poco interessante per i media nostrani. Eppure la piccola repubblica del Caucaso resta il fronte più avanzato della contrapposizione russo-americana (Sole 24 Ore del 6 gennaio). Il referendum che si è svolto insieme alle elezioni che hanno riconfermato Shaakashvili alla presidenza, ha ribadito ciò che è noto da tempo: e cioè che i georgiani (e i loro rappresentanti politici) vogliono l'integrazione nella NATO, cosa che Mosca non può assolutamente tollerare considerandola una minaccia ai suoi interessi nell'area. Questo non significa che al momento dell'indipendenza del Kosovo (ormai pressoché sicura, è solo una questione di date), la Russia fomenterà la secessione di Abkhazia e Ossezia del Sud, ma di certo il Cremlino non starà a guardare, visto che fino ad oggi ha semprer sostenuto le rivendicazioni separatiste delle due "repubbliche". E, di certo, farà di tutto per ostacolare i progetti e le iniziative politiche, economiche e militari di Tbilisi visto poi che in Georgia dovrebbero passare le pipeline del petrolio e del gas naturale dell'Azerbaigian e dell'Asia centrale che aggirando la Russia limiterebbero le capacità di ricatto di Mosca verso l'Europa occidentale.
I motivi che dovrebbero spingere ad una maggiore attenzione verso le vicende georgiane sono quindi molti. Oltre alla persistente instabilità del Paese, bisogna considerare che la Georgia ha pochissime risorse naturali. Felix Stanevsky, nella sua Lettera da Mosca pubblicata sul Foglio l'8 gennaio, ricorda che gli oleodotti, i gasdotti e le vie di comunicazione che attraversano il suo territorio (moderna "via della seta") sono state fatte dalle compagnie internazionali, dall'Ue e dagli Usa con scarse ricadute in termini di occupazione dei lavoratori locali. L'industria georgiana esporta poco, mentre lo sbocco naturale dell'agricoltura sono i mercati russi che però hanno bloccato l'importazione di alcuni prodotti. Le famiglie vivono soprattutto grazie alle rimesse degli emigranti generando così un'altra situazione di dipendenza dalla Russia. Manca in definitiva un'economia normale che non può certo essere sostituita dagli aiuti internazionali. La mancanza di disponibilità di mezzi finanziari per programmi sociali contro la povertà e le promesse mancate dei vari leader politici sono ulteriore motivo delle persistenti tensioni sociali.
Se questa è la situazione sembrerebbe logico attendersi o quanto meno ipotizzare un generale peggioramento della situazione nella regione che potrebbe aprire scenari inquietanti e difficili. Sono tanti i conflitti che covano sotto la cenere. Il precipitare della situazione in Georgia avrebbe ripercussioni sul mai risolto contenzioso del Nagorno-Karabakh tra Azerbaigian ed Armenia, la quale ha a sua volta una questione aperta con la Turchia complicata dal fatto che sia nel Karabakh, sia in Georgia sono presenti minoranze curde. Forse non si arriverà all'eplosione di conflitti armati, ma di certo la situazione del Caucaso appare instabile e delicata come (forse più) di quella balcanica. Qui da noi però, al di fuori del circolo degli "esperti", sembra che pochi se ne rendano conto.

Pubblicato il 15/1/2008 alle 18.8 nella rubrica Diario.

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