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UE: IL 2009 SARA' L'ANNO DEI BALCANI, MA I BALCANI SARANNO PRONTI?

Il 2009 sarà l'anno dei Balcani occidentali: è questo l'indirizzo che l'Unione Europea ha ribadito in occasione della presentazione, due gioni fa, del rapporto annuale sui Paesi in lista per l'adesione. Il commissario europeo all'Allargamento, Olli Rehn, si è anche spinto oltre dichiarando che "tutti i Paesi del sud-est Europa dovrebbero fare un passo in avanti verso l'Ue". Sembrano dichiarazioni ottimistiche, rilasciate per tranquillizzare gli ambienti, politici e non solo, che nei Paesi del sud est europeo puntano sull'integrazione nell'Ue, ma qualcosa di vero c'è.
La Croazia dovrebbe concludere i negoziati di adesione entro la fine del 2009, mentre la Serbia, sempre entro il prossimo anno, dovrebbe ottenere lo status di candidato all'Ue (a patto che "compia tutto quello che è nel suo potere" per catturare i ricercati dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, a partire da Ratko Mladic). Anche per Montenegro e Albania il 2009 dovrebbere l'anno buono per presentare la loro candidatura anche se il loro percorso appare legato a quello della Serbia, Paese leader regionale. Brutte notizie, invece per la Macedonia che aspetta da quasi tre anni e che si è vista nuovamente rinviare al rapporto dell'anno prossimo la fissazione della data di inzio dei negoziati di adesione, mentre al Kosovo è stato promesso per l'autunno 2009 uno "studio di fattibilità" del percorso di integrazione visto il permanere del rifiuto del riconoscimento dell'indipendenza da parte di cinque Stati membri (Cipro, Grecia, Spagna, Romania e Slovacchia).
Resta il nodo della Bosnia-Erzegovina. La comunità internazionale è allarmata per il permanere della retorica nazionalista tra serbi, musulmani e croati (come si è visto anche in occasione delle recenti elezioni locali) e per il conseguente stallo delle riforme istituzionali che non riescono a superare il gioco dei veti incrociati. Nel 2009 dovrebbe essere abolita l'istituzione dell'Alto rappresentante internazionale e di conseguenza dovrebbe essere riorganizzata la presenza edil ruolo della comunità internazionale nel Paese. Una delle ipotesi attualmente allo studio a Bruxelles è l'unificazione degli incarichi del Rappresentante speciale dell'Ue e del capodelegazione della Commissione europea. Il commissario Rehn mercoledì scorso ha ricordato che la Bosnia sarà al centro della riunione dei ministri degli Esteri dell'Ue fissata per lunedì prossimo e ha auspicato "un rafforzamento" sia della prospettiva dell'integrazione europea che della presenza dell'Ue.
Al di là dei problemi specifici dei singoli Paesi candidati all'adesione o in lista di attesa per ottenere la candidatura, c'è però il problema delle resistenze a nuovi allargamenti emerse tra i Ventisette rafforzate dal blocco del Trattato di Lisbona bocciato dal referendum irlandese nel giugno scorso. La Francia, sostenuta dalla Germania, è contraria a nuovi allargamenti prima che venga risolta la questione del Trattato. L'Olanda, appoggiata dalla Danimerca e in certa misura dalla Gran Bretagna, teme una ripetizione dei casi di Bulgaria e Romania, entrate nell'Ue il 1° gennaio del 2007 nonostante i gravi ritardi dei due Paesi in questioni cruciali come la lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata, solo perché il Consiglio europeo si era impegnato con largo anticipo su quella data.

Vediamo in dettaglio alcune delle cose contenute nelle "pagelle" dell'Ue presentate il 5 novembre.

CROAZIA
La Croazia ha avviato i negoziati per l'adesione all'Unione Europea nell'ottobre del 2005. Ad oggi ha aperto 21 capitoli negoziali su 35, chiudendone quattro.
Il commissario all'Allargamento, Olli Rehn, ha fissato un calendario "condizionale e indicativo" per la fine dei negoziati con Zagabria "entro la fine del 2009". Se questa tabella di marcia sarà rispettata, tenendo conto anche dei i tempi necessari per la ratifica dei Trattati d'adesione da parte dei Ventisette, la prima data utile entro cui il Paese potrebbe aderire all'Ue sarebbe il 2011.
"Il calendario condizionale e indicativo che presentiamo oggi per la Croazia dovrebbe essere interpretato come un incoraggiamento al Paese per continuare le riforme", ha detto Rehn in un comunicato. "Il calendario indicativo potrebbe essere rivisto alla luce dei progressi raggiunti dalla Croazia".
Negli ultimi giorni i rappresentanti di Francia e Olanda Commissione europea, Jacques Barrot e Neelie Kroes, avevano espresso forti riserve sull'apertura di credito alla Croazia proposta da Rehn, condizionata comunque ad una serie di obiettivi da rispettare sui dossier più difficili e complicati del negoziato giustizia, pubblica amministrazione, lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata, ristrutturazione dei cantieri navali e delle acciaierie, ritorno dei rifugiati).
Secondo Olli Rehn, tuttavia, la crisi del Trattato di Lisbona non dovrebbe diventare una scusa per ostacolare i negoziati di adesione della Croazia. Rehn ha riconosciuto che il Trattato di Lisbona è necessario per migliorare il funzionamento dell'Ue e ha auspicato che venga trovata presto una soluzione per la sua ratifica in tutti i Paesi dell'Ue, ma si è detto sicuro che la questione verrà risolta prima dell'adesione della Croazia.
Sulla decisione di fissare entro la fine del 2009 la data indicativa per la fine dei negoziati con Zagabria alla fine Rehn l'ha spuntata anche perché si era impegnato personalmente con il premier croato Ivo Sanader a tracciare un calendario preciso per la conclusione dei negoziati. Il commissario europeo ha comunque esortando la Croazia a compiere "ulteriori sforzi sostanziali, specie nel campo della criminalità organizzata e della corruzione e nella ristrutturazione dei cantieri navali".

SERBIA
La scorsa primavera la Serbia ha firmato l'Accordo di stabilizzazione e associazione con l'Ue. La completa implementazione dell'Asa (che rappresenta il orimo passo formale verso la candidatura all'adesione) resta però subordinata ad alcune questioni che Bruxelles continua a giudicare non pienamente rispettate da Belgrado. Nonostante questo l'Ue continua a ribadire la propria convinzione che l'integrazione europea della Serbia è possibile e necessaria.
La Serbia potrebbe quindi ricevere lo status di candidato all'adesione all'Ue gia' il prossimo anno. Per arrivarci, pero', ha avvertito Rehn, Belgrado "deve mostrare sviluppi positivi con una piena cooperazione con il Tribunale penale internazionale (Tpi) per l'ex Jugoslavia e fare progressi tangibili nelle aree dello stato di diritto e dele riforme economiche".
A proposito del Tribunale, Rehn ha detto che l'Ue "aspetta con ansia" il rapporto sulla cooperazione con l'Aja che il procuratore generale del Tpi Serge Brammertz presentera' a dicembre al Consiglio di sicurezza dell'Onu. Il rapporto della Commissione europea riconosce che l'arresto nel luglio scorso e la consegna al Tribunale dell'ex presidente serbo-bosniaco Radovan Karadzic "e' stato un importante passo in avanti, ma questo processo deve essere completato". Chiaro il riferimento al fatto che il ricercato numero uno per crimini contro l'umanità commessi durante la guerra in Bosnia, l'ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, e' ancora latitante. Un ostacolo su cui continua ad insistere con particolare forza l'Olanda.
Il rapporto annuale della Commissione europea si mantiene cauto, invece, sul rifiuto di Belgrado di accettare l'indipendenza del Kosovo. "La Serbia - si legge nel testo - si e' impegnata ad utilizzare solo mezzi pacifici e ha esercitato moderazione nella sua risposta alla dichiarazione di indipendenza da parte dell'Assemblea del Kosovo".

MACEDONIA
Da tre anni la Macedonia vanta lo status di Paese candidato all'adesione ma l'avvio dei negoziati continua ad essere rinviato per le carenze da parte delle autorità di Skopje nel rispondere alle richieste di Bruxelles. Contrariamente a quanto si potesse pensare alla vigilia della pubblicazione del rapporto annuale, quest'anno la Commissione europea non ha concesso alla Macedonia la fissazione della data per l'avvio dei negoziati di adesione a causa della cattiva condotta delle elezioni del 1 giugno scorso e non per l'annosa disputa con la Grecia sul nome ufficiale dell'ex repubblica jugoslava. Il contenzioso va avanti dall'inizio degli anni 90, da quando la Macedonia proclamò la propria indipendenza. Da allora il Paese è riconosciuto internazionalmente come "Ex repubblica jugoslava di Macedonia" (Fyrom, secondo l'acronimo inglese), perché Atene teme che Skopje possa avanzare rivendicazioni territoriali sull'omonima regione greca. A causa della disputa, Skopje si è vista sbarrare da Atene l'invito ad aderire alla Nato insieme a Croazia e Albania lo scorso aprile a Bucarest e un analogo veto rischiava di ripetersi al Consiglio europeo di dicembre nel caso in cui Rehn avesse deciso di soprassedere raccomandando comunque ai Ventisette l'apertura dei negoziati d'adesione. Così invece non è stato e il commissario europeo ha sottolineato che si tratta di una questione separata che non fa parte del quadro negoziale e del partenariato con l'Ue. Tuttavia esortato Skopje e Atene a "risolvere questa questione che è diventata eterna".
Per quanto riguarda la situazione del Paese rispetto al percorso di integrazione nell'Ue, Rehn ha riconosciuto i "buoni progressi" della Macedonia su in materia di giustizia e di riforma della polizia nonché sull'applicazione degli accordi di Ohrid che tutelano la minoranza albanese. Allo stesso tempo, però, "le gravi lacune indicate non solo dalla Commissione europea ma dall'Osce e dagli osservatori internazionali sono state una sorpresa negativa" ha aggiunto il commissario europeo sottolineando che la capacità di condurre elezioni libere e corrette è una condizione essenziale per avviare i colloqui con Bruxelles.

KOSOVO
Per Bruxelles "il Kosovo resterà una questione cruciale nel 2009", ha dichiarato il commissario all'allargamento Olli Rehn. L'Unione Europea in quanto tale non ha riconosciuto - e non potrebbe farlo - l'indipendenza del Kosovo, cosa che spetta a ciascuno dei Paesi membri e al momento sono cinque i Paesi membri che ancora non l'hanno fatto e che per ora non intendono farlo. Data anche la controversa questione sul piano del diritto internazionale la Commissione indica il Paese come "Kosovo ai sensi della risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu 1244", che secondo Belgrado, Mosca e i cinque Stati membri Ue non lo riconoscono (Grecia, Cipro, Spagna, Romania e Slovacchia) stabilisce la sua appartenza alla Serbia. L'Ue si appresta comunque a dispiegare nel Paese una missione di polizia e giustizia (Eulex) di quasi 2000 persone per sorvegliare lo sviluppo dello stato di diritto e della giustizia. Alla missione, che dovrebbe diventare operativa a dicembre e che sostituirà l'amministrazione Onu (Unmik), parteciperanno anche gli Usa.
In ogni caso il primo rapporto della Commissione europea sul Kosovo dopo la dichiarazione d'indipendenza è molto critico: il neonato Stato rimane etnicamente diviso, con un alto livello di corruzione, penalizzato da un'economia fragile, da istituzioni deboli e con infrastrutture praticamente inesistenti. Bruxelles apprezza comunque la "relativa" stabilità del Paese dopo il distacco dalla Serbia e l'adozione di nuove leggi, a partire dalla Costituzione, "in linea con gli standard europei". Resta però tutta da verificare la loro applicazione effettiva.
"Il rafforzamento dello Stato di diritto, le politiche contro la corruzione, la lotta contro il crimine organizzato e l'estensione del dialogo e della riconciliazione tra le comunità sono grandi problemi politici", osserva la Commissione, L'esecutivo Ue nota che "l'attività del governo è stata considerevolmente influenzata dallo status e da altre questioni legate dalla dichiarazione d'indipendenza", sottolinea lo stato "debole e inefficiente" dell'amministrazione pubblica, la "corruzione diffusa", le "interferenze politiche sui media", i progressi "insufficienti" contro il riciclaggio di denaro sporco e ricorda che il Kosovo "è una delle principali rotte del traffico di droga nei Balcani occidentali".
Per quanto riguarda la protezione delle minoranze, riconosce le aperture al dialogo del governo di Pristina nei confronti dei serbi, ma chiede "sforzi più determinati" per l'integrazione. Allo stesso tempo, però, Bruxelles critica la politica di non collaborazione con le autorità di Pristina che Belgrado continua a raccomandare alla minoranza serba in Kosovo, in particolare ai serbi che vivono a nord del fiume Ibar, dove sono maggioranza.
Dopo gli anni in cui il Kosovo era l'unico Paese dei Balcani la cui economia regrediva il 2006 e il 2007 hanno segnato un incremento del Pil, secondo le stime del Fondo monetario internazionale. La disoccupazione resta però un'emergenza che riguarda quasi la metà della popolazione attiva anche se le stime ufficiali non tengono conto dell'economia sommersa. Ogni anno arrivano sul mercato del lavoro 30.000 giovani che non hanno speranze di trovare un'occupazione, e che nella maggior parte dei casi non riescono ad ottenere un visto per emigrare legalmente nell'Ue. La misura degli squilibri dell'economia è data dal grave deficit commerciale e da quello altrettanto consistente delle partite correnti. A luglio di quest'anno il Kosovo è riuscito a esportare solo il 10,9% di quanto importa.
La Commissione vede qualche segnale positivo nel "dinamismo del settore privato", dalle privatizzazioni e dall'aumento degli investimenti stranieri. Ma "l'inaffidabilità delle forniture energetiche, gli squilibri nella manodopera e le scarse infrastrutture sono grandi ostacoli allo sviluppo" del Paese. Di conseguenza, il Kosovo è molto lontano dallo status di 'economia di mercato funzionante', uno dei pre-requisiti essenziali per essere ammessi nell'Ue.
Nonostante questo il commissario Olli Rehn ha annunciato che il prossimo autunno la Commissione presenterà uno "studio di fattibilità" per cercare di avvicinare al Kosovo all'Ue - dal punto di vista commerciale e dei visti - aggirando l'ostacolo del suo parziale riconoscimento.

Pubblicato il 7/11/2008 alle 18.45 nella rubrica Diario.

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