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GAS: LA SFIDA NABUCCO-SOUTH STREAM OLTRE LE IDEOLOGIE

Oggi ad Ankara si firma un accordo sulla costruzione del gasdotto South Stream, il progetto frutto di una joint venture Eni-Gazprom che dovrebbe fornire una via diretta di trasporto del gas russo verso l'Unione Europea tagliando fuori l'Ucraina (da cui attualmente transita il 70% delle forniture di gas russo verso l'Europa occidentale).
L'accordo prevede il coinvolgimento della Turchia per lavori d'esplorazione nelle sue acque territoriali dove dovrebbero passare le condotte della pipeline, anche se per il momento Ankara non dovrebbe entrare a far parte del consorzio South Stream. In ogni caso si conferma il ruolo di snodo energetico della Turchia come anello di congiunzione tra i più importanti progetti infrastrutturali per l'approvvigionamento di gas in Europa.
Lo scorso mese Ankara aveva ospitato infatti la firma dell'accordo per la costruzione dell'altro gasdotto, quello denominato Nabucco, che dovrebbe portare il gas dell'Asia centrale in Europa aggirando la Russia con lo scopo di diminuire la dipendenza energetica dei paesi UE da Mosca. Senza contare che la Turchia è poi uno degli attori principali di ITGI (Interconnessione Turchia Grecia Italia), altro asse importante delle forniture energetiche europee.

Ad una prima osservazione Nabucco e South Stream appaiono quindi progetti concorrenti e conflittuali e infatti fino ad ora la Russia non ha visto di buon occhio il progetto Nabucco, sostenuto fin dall'inizio dagli USA. Qualche tempo fa ha quindi destato una certa sopresa la notizia che Mosca starebbe valutando la possibilità di unirsi in qualche modo al progetto.
Proprio la Turchia è apparsa uno dei possibili promotori di quest'idea, anche se, come aveva affermato il premier turco Erdogan a metà luglio, in occasione dell'accordo sul Nabucco, si tratterebbe di una proposta a lungo termine: "La partecipazione della Russia al progetto - secondo Erdogan - non nuocerebbe all'obiettivo di diversificazione delle forniture di energia". Parole che non erano state smentite da Rienhard Mitschek, direttore generale austriaco del consorzio Nabucco: "Non abbiamo mai, dico mai, escluso alcuna fonte. Le compagnie di gas nazionali valuteranno di volta in volta le condizioni politiche, gli aspetti commerciali e tecnici e poi decideranno se comprare gas da Azerbaigian, Turkmenistan, Iraq, Iran o Russia".
Nel frattempo, come in altri ambiti, anche in questo la politica americana è cambiata con l'avvento dell'amministrazione di Barack Obama. Presenti per la firma dell'accordo sul Nabucco di luglio, a rappresentare gli Usa, c'erano il senatore Dick Lugar e il rappresentante speciale per le questioni euroasiatiche Richard Morningstar. "La Russia può partecipare come partner", disse allora Lugar. "Stiamo cercando di dialogare con Mosca nel settore dell'energia - aggiunse - non vogliamo che si produca un gioco a somma zero".

La sfida South Stream-Nabucco, quindi, al di là della vulgata pubblicistica, va analizzata realisticamente senza le lenti deformanti dell'ideologia. Da questo punto di vista suggerisco la lettura di un'interessante articolo di Nicolò Sartori, ricercatore presso l'Istituto Affari Internazionali, pubblicato dalla rivista online di geopolitica Equilibri e disponibile sul sito dell'Italian Center for Turkish Studies. Sartori scrive molto realisticamente che "limitarsi a considerare il progetto South Stream un tentativo russo di soffocare le velleità di diversificazione energetica dei paesi europei, oltre ad essere strategicamente miope, rischia di essere altrettanto fuorviante".
Dopo aver sottolineato l'importanza di comprendere perché South Stream "non possa essere effettivamente considerato un primario competitor di Nabucco", Sartori introduce un elemento troppo spesso trascurato, ma che rappresenta invece un nodo ineludibile di tutta la partita dei gasdotti: "Appare evidente che se si vuole parlare di reale diversificazione delle forniture il discorso non può prescindere dal coinvolgere Teheran". Per Sartori "l'obiettivo delle strategie energetiche europee, infatti, non può essere che l'Iran: da un lato come paese di transito (dando per scontate le ormai croniche difficoltà nella costruzione della Trans Caspian Pipeline) per l'eventuale gas residuo proveniente da Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakhstan, ma soprattutto come fonte primaria di idrocarburi".



Pubblicato il 6/8/2009 alle 15.50 nella rubrica Diario.

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