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RISCHIO AIDS NEI BALCANI

Fino a questo momento la pandemia di Aids ha toccato relativamente poco l'area balcanica, anche se la realtà è probabilmente più grave di quanto non dicano i dati ufficiali. Ora, però, gli esperti temono che i rimpatri degli emigranti causati della crisi economica mondiale possano aumentare il numero dei contagi, mentre la difficile situazione economica e finanziaria spinge i governi della regione a tagliare i bilanci della sanità pubblica. Lo scrive Blerina Moka in un articolo pubblicato sul sito del Balkan Investigative Reporting Network in cui riporta anche alcuni dati significativi.
In Serbia, dove i dati ufficiali parlano di circa 2000 casi, la fascia d'età più colpita è quella che va dai 15 ai 29 anni. La Bosnia Erzegovina si situa al secondo posto con più di 900 casi registrati e più di un centinaio di morti. Per quanto riguarda l'Albania il primo caso fu rilevato nel 1993. Da allora i morti registrati sono stati 56 e 312 i casi, dei quali 16 riguardano bambini. Secondo l'istituto albanese della sanità pubblica il 65% dei contagiati sono uomini. Lo stesso istituto stima circa il 20% dei malati siano emigranti che hanno contratto l'HIV quando si trovavano all'estero. In Montenegro e in Kosovo i responsabili sanitari temono che ci sia una differenza notevole tra i dati ufficiali e la realtà. Il ministro aggiunto della Sanità del Kosovo ritiene che il numero reale delle persone contagiate superi di molto la cifra ufficiale di 74 casi e teme che gli emigrati costretti a rientrare in patria dalla crisi mondiale possa avere un impatto sul numero dei casi di Aids.
Blerina Moka cita, inoltre, una ricerca che l'Organizzazione internazionale delle migrazioni ha condotto in Italia, dove vivono molti immigrati provenienti dai Balcani, secondo il quale il tasso di prevalenza della malattia è maggiore in questo gruppo che nel resto della popolazione. Diversi esperti balcanici, si legge ancora nell'articolo, ritengono che la recessione e la crescita del deficit pubblico spingano i governi a tagliare le spese per la sanità pubblica, proprio nel momento in cui gli interventi di prevenzione avrebbero invece bisogno di essere estesi e mentenuti per rallentare il diffondersi della pandemia. L'autrice cita infine uno studio pubblicato all'inizio di luglio e condotto congiuntamente dalla Banca mondiale e dal Programma delle Nazioni Unite per la lotta contro l'Aids, secondo cui i programmi di prevenzione e di cura rischiano di essere stravolti dalla crisi mondiale sia nei Balcani, sia nel resto d'Europa, mentre la prevenzione è un aspetto cruciale per contrastare la diffusione del virus.

Pubblicato il 25/8/2009 alle 17.31 nella rubrica Diario.

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