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ARMENIA-TURCHIA: IL NUOVO CORSO INIZIA CON UNA CRISI

I ministri degli Esteri dell'Armenia e della Turchia firmano l'accordo tra i due paesi, sabato 10 ottobre 2009 a Zurigo (Foto tratta dal sito dell'agenzia Asca)Il nuovo corso è iniziato con una crisi. E' in questo commento dell'emittente turca Ntv la sintesi più efficace di quanto è accaduto sabato scorso, 10 ottobre, a Zurigo, dove Armenia e Turchia hanno sottoscritto uno storico accordo che dovrebbe portare alla riapertura delle frontiere e al ristabilimento di relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Fino all'ultimo, infatti, il compromesso ha rischiato di saltare e solo alle 21, con quattro ore di ritardo sul programma, i due ministri degli Esteri, l'armeno Edvard Nalbantyan ed il turco Ahmet Davutoglu hanno firmato. Intorno a loro i ministri degli Esteri russo, Sergej Lavrov, statunitense, Hillary Clinton, francese, Bernard Kouchner, svizzero, Micheline Calmy-Rey, e l'Alto rappresentante per la politica estera dell'Ue, Javier Solana, sorridevano più per lo scampato pericolo che per la soddisfazione per un avvenimento che se da parte chiude una vicenda, dall'altra ne apre un'altra i cui esiti sono tutt'altro che scontati. Il difficile comincia ora e tutti si chiedono come andrà a finire. La firma, infatti, è costata molta fatica, e dietro le dichiarazioni di circostanza c'è la consapevolezza che il cammino sarà tutto in salita.

I protocolli di Zurigo segnano senza dubbio un passo avanti importante per la pacificazione e la stabilizzazione del Caucaso, una regione importantissima per le rotte energetiche che legano la Russia e l'Asia centrale all'Europa occidentale. Insomma, i sorrisi della diplomazia celano l'ennesima partita del grande gioco caucasico. I russi cercano nuove vie per il loro gas e hanno bisogno dell'Armenia. L'Armenia, che non dispone di risorse naturali, spera di sfruttare la sua posizione di paese di transito e di rompere l'isolamento economico. Gli Usa dal canto loro, per motivi analoghi, hanno fatto pressione sui turchi. La Turchia a sua volta gioca la carta del disgelo con l'Armenia sul tavolo della sua adesione all'Ue e punta a diventare un hub energetico. Questo potrebbe essere il jolly per superare le resistenze della Francia e degli altri paesi europei contrari all'adesione. La Turchia è infatti uno snodo per due progetti di importanza strategica come South Stream e Nabucco.

La partita, però, è apertissima. Innanzi tutto perché i protocolli dovranno essere ora ratificati dai due parlamenti. In Armenia il premier Serge Sarkisian conta su una forte maggioranza, me il passaggio potrebbe non essere così scontato vista la diffusa opposizione interna ai contenuti dell'accordo, ma soprattutto viste le riserve e le resistenze della potente diaspora che con le sue rimesse e i suoi investimenti costituisce una voce fondamentale del pil del paese. In Turchia, anche il primo ministro Recep Tayyip Erdogan può contare su una solida maggioranza parlamentare e, in questo caso, avrà probabilmente dalla sua il partito curdo Dtp che vede nel dossier armeno un precedente importante per giungere ad una soluzione equa anche per la questione curda. Ma le cose potrebbero comunque non essere facili: scontata l'opposizione dei nazionalisti del Mhp, l'eventuale appoggio dei kemalisti del Chp potrebbe comportare dei costi politici per il premier. D'altra parte curdi, Cipro e Armenia sono tre questioni che Ankara deve risolvere sia per consolidare il suo ruolo regionale, sia per avanzare sul cammino verso l'Ue.

Per andare in porto, il dossier armeno deve però superare due ostacoli grandi come montagne. Il primo si chiama Nagorno-Karabakh. L'enclave armena cristiana nell'Azerbaigian turcofono e islamico è stata la causa di un conflitto che tra la fine degli anni '80 e la prima metà degli anni '90 ha provocato alcune decine di migliaia di morti. L'intervento dell'esercito armeno provocò la chiusura delle frontiere da parte di Ankara nel 1994. In vista dell'accordo tra Armenia e Turchia, l'Azerbaigian ha fatto sapere che potrebbe dare il suo gas ed il suo petrolio alla Russia invece che alla Turchia o agli occidentali. Per questo, all'indomani della firma dei protocolli di Zurigo, Erdogan si è precipitato a ribadire che la fine dell'occupazione armena del Nagorno-Karabakh è una delle condizioni per la riapertura delle frontiere. Anche perché è una questione su cui il premier turco sarà chiamato a dare spiegazioni non solo in parlamento (all'opposizione e ai suoi), ma anche all'opinione pubblica turca.

La seconda questione riguarda lo sterminio di un milione e mezzo di armeni avvenuto nel 1915-16 che la Turchia moderna si è sempre rifiutata di riconoscere come genocidio, ridimensionando anche il numero delle vittime e chiedendo con forza di parlare anche dei massacri compiuti dagli armeni nei confronti dei turchi negli anni che accompagnarono il crollo dell'Impero ottomano. Per molti turchi parlare di genocidio è ancora un tabù, ma per gli armeni il suo riconoscimento rappresenta un punto irrinunciabile, una ferita ancora aperta e sanguinante, così come la questione del Nagorno-Karabakh. Da una parte e dall'altra, però, sono molte le voci che chiedono di parlare e che considerano quindi l'accordo del 10 ottobre un momento storico. D'altra parte la pace si fa con i nemici e in qualunque compromesso, ognuna delle parti deve essere disposta a mettere in discussione qualcosa. Mettersi intorno ad un tavolo per cercare un accordo è già un passo avanti.

Sulle prime reazioni all'accordo con l'Armenia ed i possibili sviluppi politici in Turchia segnalo la mia intervista a Marta Ottaviani, corrispondente della Stampa e di Avvenire, sul sito di Radio Radicale.

Sulla posizione della diaspora armena sull'accordo segnalo inoltre la mia intervista a Robert Attarian, portavoce del Consiglio della Comunità armena di Roma sul sito di Radio radicale.

Pubblicato il 13/10/2009 alle 16.46 nella rubrica Diario.

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