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LA TURCHIA GUARDA A EST. E L'EUROPA GUARDA LA TURCHIA?

Il premier turco Erdogan con il presidente iraniano AhmadinejadNel suo recente rapporto annuale sull'adesione della Turchia, la Commissione Europea ha incoraggiato Ankara a continuare sulla strada delle riforme per adeguarsi agli standard dell'Ue, ma, a cavallo del Bosforo, anche chi è favorevole all'integrazione europea vede le cose da un punto di vista diverso e non può non considerare che la vocazione della Turchia è tanto europea quanto asiatica. Sul Sole 24 Ore del 27 ottobre, Vittorio Da Rold scriveva che "spinti da una cocente delusione nei rapporti con l'Unione europea gli orgogliogsi turchi, sotto la guida del nuovo ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu, aprono ai loro vicini a oriente tra cui gli iraniani: in palio ci sono 11 miliardi di dollari di interscambio con Teheran e reciproche convenienze energetiche e strategiche contro i ribelli curdi del Nord Iraq. Erdogan, tra l'altro, ha affermato di non avere alcuna difficoltà a stringere ulteriormente il rapporto di amicizia tra Turchia e Iran". Da Rold scriveva del viaggio di Erdogan a Teheran in occasione del quale, in un intervista al Guardian, ha definito Ahmadinejad "un amico", ha definito il timore occidentale che gli iraniani stiano costruendo la bomba "un gossip", ha definito "scorretta" la comunità internazionale sostenendo che Francia e Germania hanno pregiudizi verso la Turchia. Se queste affermazioni fossero state fatte dal presidente siriano Assad non avrebbero fatto notizia, ma dato che vengono dal premier di un paese membro della Nato da 57 anni, la cosa ha fatto un po' scalpore. Antonio Ferrari, sul Corsera del 27 ottobre, spiegava che "la ben nota veemenza di Erdogan, accentuata negli ultimi mesi, nasconde in realtà serie di difficoltà nel suo Paese, dove il premier sta cercando di compiacere lo zoccolo duro ed oltranzista del suo partito islamico e moderato.

Per il falco neocon Daniel Pipes, però, non c'è solo questo. Su Liberal del 1 novembre scrive che le "irritanti asserzioni" di Erdogan in occasione del viaggio a Teheran "denotano un profondo cambiamento di rotta da parte del governo turco [...] da quando il partito Ak di Erdogan è arrivato al potere nel 2002". Per comprendere la portata di questo cambiamento Pipes cita tre fatti accaduti nell'ultimo mese: il primo è l'annullamento del tradizionale invito a Israele a partecipare all'annuale esercitazione aerea "Aquila anatolica"; il secondo è stato l'annuncio del ministro degli Esteri siriano, Walid al-Moallem, di manovre militari congiunte siro-turche nei pressi di Ankara; il terzo è il vertice tra dieci ministri turchi (guidati dal capo degli Esteri, Ahmet Davutoglu) con i loro omologhi siriani nel neonato Consiglio di cooperazione strategica ad alto livello turco-siriana al termine del quale sono stati annunciati una quarantina di accordi bilaterali, un'esercitazione militare congiunta più estesa e massiccia di quella dello scorso aprile e un accordo strategico che dovrebbe essere firmato nel corso del mese di novembre. Secondo Pipes, "Davutoglu immagina un conflitto ridotto con i Paesi vicini e una Turchia che emerge come potenza regionale, una sorta di Impero ottomano modernizzato". Per Pipes, "anche se non è presentata in termini islamisti, la 'profondità strategica' [come viene definita la dottrina che sta alla base della politica estera turca negli ultimi anni, ndr] ben si accorda alla visione islamista del Partito Ak". Una strategia, quella turca, "che implicitamente comporta un allontanamento di Ankara dall'Occidente e da Israele in particolare". A conforto della sua tesi Pipes cita Barry Rubin, secondo cui "il governo turco è politicamente più vicino all'Iran e alla Siria di quanto lo sia agli Usa e a Israele", e una columnist del Jerusalem Post, Caroline Glick, per la quale addirittura Ankara ha già "abbandonato l'alleanza occidentale ed è diventata membro a pieno titolo dell'asse iraniano". Il che porta Pipes a concludere che gli "ambienti ufficiali in Occidente sembrano quasi ignari di questo importantissimo cambiamento nella fedeltà della Turchia o delle sue implicazioni", ma che "il prezzo del loro errore presto diventerà palese".

Se è vero che "Ankara guarda a est", come titolava il 19 ottobre Sabah, uno dei più duffusi quotidiani turchi, questo sguardo per l'Ue è un rischio o un'opportunità? Proprio questo era il titolo di un articolo di Europa del 29 ottobre, in cui Lorenzo Biondi ha sentito due analisti: Fadi Hakura, esperto di Turchia al think-tank londinese Chatham House, e Sekvet Pamuk che si occupa di rapporti tra Turchia ed Europa alla London School of Economics dove insegna. Data la sua posizione geografica, secondo Hakura, "la Turchia può scegliere tra due ruoli, quello di mediatore o quello di attivista, ma non può fare entrambe le cose: al momento il governo ha scelto di giocare da attivista». Da questo deriva l’appoggio di Erdogan alla posizione iraniana sul nucleare e la conseguente crisi nei rapporti con Israele. Biondi chiede allora se non sia tutta colpa dell’Europa, che continua a rallentare il processo di adesione turco: "Sì e no, risponde Hakura, secondo cui "l’atteggiamento di Francia, Germania e Austria può aver spinto la Turchia verso l’Iran e la Siria, ma il primo ministro sembra aver perso interesse nell’Unione Europea dopo aver conquistato accesso ai negoziati per l’ingresso nel 2004». Diversa l'opinione di Sekvet Pamuk per il quale "la politica estera turca sta cercando di contribuire al processo di integrazione europea del paese», senza dimenticare l’amicizia con gli Stati Uniti. Pamuk porta a dimostrazione della sua tesi un buon numero di elementi, a partire dagli stessi colloqui iraniani di Erdogan: uno dei temi centrali della sua visita a Teheran, infatti, è stato lo sviluppo del Nabucco, il gasdotto attraverso il quale il gas iraniano potrebbe rifornire l’Europa passando per il Bosforo e per i Balcani, aggirando la Russia e i suoi instabili vicini. Per questo, Erdogan spiega che relazioni amichevoli tra Turchia e Iran sono necessarie perché il progetto vada in porto, anche se non manca chi fa notare che l’avvicinamento a Iran e Siria corrisponda al peggiormento delle relazioni con Israele, storico alleato della Turchia.

Pubblicato il 2/11/2009 alle 18.37 nella rubrica Diario.

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