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PROCESSO KARADZIC: GIUSTIZIA INTERNAZIONALE TRA DUBBI E CERTEZZE

Il processo a Radovan Karadzic che si è aperto il 26 ottobre all'Aja pone alcuni interrogativi - sui limiti della giustizia internazionale e sul modo di amministrarla - ma conferma anche alcune certezze.
I primi sono stati riassunti efficacemente, tra gli altri, da Toni Capuozzo sul Foglio il 30 ottobre ("Che cosa fa del diabolico Karadzic un vero Riina dei Balcani", ma il titolo è fuorviante).
Scrive Capuozzo: "Non mi serve ricordare a me stesso quei profughi che vedevo giungere a Tuzla da Srebrenica, quei camion carichi di donne e bambini, e uomini non ce n'erano. Non mi serve ricordare a me stesso i racconti tra l'erba alta del campo d'aviazione, quando il massacro era ancora solo un sussurro, né ricordare l'odore di quel magazzino, anni dopo, in cui venne compiuto il più gigantesco esame del Dna della storia, centinaia di sacchi di morte e centinaia di provette per ricongiungere vivi e morti, non mi serve per dire che era ora, di processarlo. Ma mantengo intatte le mie riserve sul sogno di una giustizia che sia nello stesso tempo puntiva, ammonitrice, e squadra di un mondo ordinato. Si difenderà, Karadzic, raccontando le complicità internazionali? Bastava guardare i caschi blu olandesi per saperlo, o basta guardare come perfino il dittatore di Karthoum, oggi, diventi un interlocutore. Si difenderà raccontando le ingiustizia patite? Basta ricordare che nessuno processerà noi per aver bombardato la televisione o l'ambasciata cinese di Belgrado o il treno nelle gole di Surdulica, o sparso bombe a grappolo a Nis o centrato un convoglio di profughi in Kosovo: siamo dalla parte dei vincitori, nessun processo. Sono i limiti della giustizia, che non è mai fine e principio di tutto, e il vero rischio non sono giudici comunisti o socialdemocratici. Il rischio è questa assunzione di un ruolo palingenetico, questa presunzione di essere riscattatori e ordinatori del mondo, attributori unici del bene e del male, e dunque superiori a ogni zona grigia, a ogni sfumatura, categorici e manichei. Si accontentassero di essere un cerotto o un placebo, una modesta riforma delle cose, uno direbbe più volentieri a Radovan Karadzic di accomodarsi alla sbarra, di fare il suo teatro mediocre, e dare un po' tardiva soddisfazione alle donne in nero di Srebrenica".
Sono interrogativi e dubbi che qualunque persona assennata si pone, tanto più se crede nella necessità di una giurisdizione sovranazionale. E però, proprio accanto a questi dubbi, proprio le vicende processuali legate ai crimini commessi durante le guerre jugoslave confermano alcune importanti certezze.
E' innegabile che la giustizia internazionale, per come l'abbiamo conosciuta fino a d oggi, abbia molti limiti. Non si tratta di contestare la legittimità del tribunale internazionale. Solo Milosevic, Seselj, Karadzic e la gente della loro risma lo fa. Non è la "giustizia dei vincitori", come qualcuno continua a dire. Non lo è per il Tribunale per la ex Jugoslavia come non lo è stato per il tribunale per i crimini contro l'umanità commessi in Rwanda. Non lo era nemmeno a Norimberga o a Tokyo: autorevoli giuristi hanno spiegato che anche quelli non furono "tribunali dei vincitori", ma il primo embrione di una giustizia superiore ai governi, per giudicare i crimini contro l'umanità e punirne i responsabili. Certo, sarebbe preferibile che i criminali di guerra fossero giudicati a livello nazionale, ma non sempre il sistema giudiziario del Paese interessato è adeguato a farlo, come nel caso del Bosnia. E questo è quanto sostiene Mark Ellis, avvocato internazionale e direttore esecutivo dell'International Bar Association (Iba), l'associazione internazionale degli avvocati, in un'intervista di Alvise Armellini, pubblicata su Liberal del 27 ottobre ("Ma l'Aja è una scelta obbligata per dittatori e macellai").
Alle argomentazioni di chi sostiene che sarebbe meglio processare Karadzic di fronte ad una corte internazionale, magari con l'accusa di omicidio plurimo, Ellis risponde: "E' vero che è sempre preferibile, ove possibile, affidarsi ad un tribunale e a una giuria nazionale. Il diritto internazionale e la Corte di giustizia internazionale sono fondati proprio su questo principio. Tuttavia, nei casi in cui è improbabile che un tribunale nazionale possa rispettare gli standard internazionali di giustizia, è importante che una Corte internazionale possa subentrare. E' quanto sta accadendo in questa circostanza: non c'era davvero alcun altro modo per processare Radovan Karadzic. Nel caso di imputati di alto profilo - leader politici e militari - è molto difficile che una singola nazionale possa giudicarli. Le pressioni e la complessità di questi processi, nella migliore delle ipotesi, sarebbero così grandi che sarebbe impossibile processare un personaggio della caratura di Karadzic o Milosevic nell'ex Jugoslavia. Detto questo, la Serbia ha un Tribunale per i crimini di guerra dove nel corso degli ultimi anni sono stati giudicati con successo molti imputati. Bisogna continuare a sostenere lo sviluppo delle giurisdizioni nazionali, ma ci saranno sempre delle occasioni in cui non potranno essere competenti per motivi politici. Per questo è importante avere un Tribunale internazionale, ed è il motivo per cui è stata istituita la Corte di giustizia internazionale".
Dunque, la giustizia internazionale deve continuare la sua funzione. Resta solo un problema, come ha notato Paolo Lepri sul Corriere della Sera del 27 ottobre ("La sedia vuota dell'Aja che il mondo non può accettare"). Scrive Lepri: "La giustizia internazionale deve funzionare. Ma perché ciò avvenga deve essere sostenuta, non tollerata. Il sistema delle Nazioni Unite deve essere rilanciato. Lo diciamo anche a quei 170 Paesi - di cui non fa parte l'Italia - che da anni non sono in regola con i contributi per il bilancio ordinario, il peacekeeping, i tribunali internazionali. Fanno parte di un club di cui non pagano le quote".

Pubblicato il 6/11/2009 alle 18.1 nella rubrica Diario.

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