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LA ROMANIA VENT'ANNI DOPO LA FINE DI CEAUSESCU

Venti anni fa, il 22 dicembre 1989, in Romania cadeva il regime di Nicolae Ceausescu dopo 25 anni di potere assoluto. Il "Conducator" aveva indetto una manifestazione di piazza per promettere soldi al popolo, come fanno tutti i tiranni quando avvertono di essere in difficoltà. E i romeni di difficoltà ne avevano tante: le loro condizioni di vita erano da miseria, mentre la cricca al potere viveva agiatamente e i Ceausescu, marito e moglie, coltivavano le loro manie di lusso e grandezza. Ma su tutta l'Europa al di là della "cortina di ferro" da mesi soffiava un vento nuovo: a Mosca c'era Gorbaciov e i regimi comunisti stavano cadendo uno dopo l'altro. Difficile pensare che l'onda di rinnovamento che aveva fatto cadere il Muro di Berlino non arrivasse anche a Bucarest. Forse il vecchio tiranno e la moglie se ne rendevano conto, ma di certo, quel 22 dicembre 1989 non arrivavano a pensare che quell'onda, in Romania, si sarebbe trasformata in uno tsunami che li avrebbe travolti e fatti a pezzi e che di loro, di lì a qualche giorno, non sarebbero rimasti che due poveri corpi riversi sul selciato di una scuola, crivellati dai colpi di kalashnikov.

Quel 22 dicembre di venti anni fa, a Bucarest accadde un fatto che fino a poco prima non pareva possibile: la gente in piazza cominciò a fischiare il tiranno. I fischi, prima timidi e isolati, si fecero via via più numerosi e sicuri, sovrastarono gli applausi ritmati della claque di regime e diventarono una marea inarrestabile mentre gli slogan si facevano sempre più ostili. Il filmato di quell'ultimo discorso di Ceausescu è eloquente. Il dittatore parla, con voce malferma, legge un foglietto e ogni tanto incespica. Al suo fianco c'è la moglie Elena e intorno alcuni dignitari del partito. Ceausescu promette aumenti delle pensioni e migliore assistenza sociale. Le prime file del "popolo" appaludono, gridano "Urrà", scandiscono il nome del Conducator, sventolano le bandiere romene con la stella rossa e inalberano striscioni con i logori slogan del partito e foto del leader e della moglie (invero assai datate). Poi la folla sbanda, salgono i fischi, le urla e le proteste. Ceausescu non capisce, alza la mano bonariamente, tenta di riportare la calma, si interrompe. Dietro a lui appaiono alcuni funzionari che guardano preoccupati la piazza e capiscono al volo che sta succedendo qualcosa di grave. Le telecamere staccano sulla folla: o almeno su quella parte della folla che continua ad acclamare Ceausescu. Fuori campo si sentono voci e colpi sul microfono, come in un'assemblea in cui si cerca di zittire qualche disturbatore.

Dopo diversi minuti di silenzio e di ripetuti inviti alla calma, il comizio riprende ma è l'inizio della fine. Quel popolo del quale Ceausescu si riteneva il padre-padrone si rivolta, lo costringe ad una fuga vergognosa in elicottero mentre dal tetto dello stesso palazzo da cui fino a poco prima arringava la folla già sventolano le bandiere blu-gialle-rosse con il buco al centro, là dove il regime comunista aveva posto il proprio simbolo. Le strade sono piene di gente, i militari che solo la sera prima avevano sparato sui manifestanti facendo morti e feriti ora fraternizzano con le proteste e si schierano con la gente. Ma la "rivoluzione" romena non è stata pacifica come negli altri Paesi dell'est: i morti furono tanti, più di un migliaio. E non è stata nemmeno una rivoluzione, quanto piuttosto un putsch interno al regime che cavalcò l'onda della sollevazione popolare per regolare i conti al proprio interno. I motivi per cui in Romania le cose sono andate diversamente dagli altri Paesi comunisti sono molti: il principale probabilmente è la natura specifica del regime di Caeusescu. Un potere personale che aveva stroncato ogni opposizione interna impedendo la formazione di una corrente riformista che potesse subentrare al dittatore e gestisse la transizione, come accaduto, sepuure in forme diverse, in Ungheria, Cecoslovacchia, in Polonia e nella stessa Urss. Dopo un processo sommario, Ceausescu viene condannato a morte e fucilato insieme alla moglie il giorno di Natale.

Ieri a Bucarest centinaia di persone si sono riunite al cimitero degli Eroi per ricordare le vittime degli scontri con le forze dell’ordine. Prestando giuramento per il suo secondo mandato, anche il presidente romeno Traian Basescu ha reso omaggio ai "caduti per la libertà, il cui sacrificio è stato la pietra miliare delle istituzioni democratiche di oggi". "Dopo vent'anni le autorità hanno fatto del loro meglio per impedire che si scoprisse la verità su quegli eventi", ha detto alla France Presse Teodor Maries, leader dell'Associazione 21 Dicembre che ricorda i caduti di quelle tragiche giornate, "vogliamo che coloro che ordinarono la repressione siano processati". Una richiesta sacrosanta che però ben difficilmente sarà esaudita se si pensa solo agli agenti della Securitate, la famigerata polizia segreta del regime (11 mila funzionari e mezzo milione d’informatori), che non si sono dissolti nel nulla. anzi. L'hanno fatta franca e alcuni di loro magari si sono pure arricchiti negli anni seguenti riportando in patria i soldi esportati illegalmente durante la dittatura. Effetti del boom di cui il Paese ha goduto fino a pochi mesi fa e che ha portato anche ad un grande sviluppo edilizio favorito dal meccanismo degli appalti pubblici basato su scarsa concorrenza, lobbismo, indebitamento pubblico e corruzione.

Nella centralissima Piazza della Rivoluzione di Bucarest c’è un Monumento agli eroi del 21 dicembre 1989, ma le due cifre "9" che compongono la data sono caduti. Al loro posto è rimasto un alone sul marmo. Questo è forse il vero simbolo di questo ventennale. In questa piazza è cominciata la nuova Romania, ma la memoria pubblica sembra preferire non pensarci troppo: gli anziani che hanno vissuto la più parte della loro vita sotto il regime comunista hanno dovuto affrontare le incognite e le difficoltà della nuova libertà e dell'integrazione europea. La generazione di mezzo, che fece (o si illuse di aver fatto) la "rivoluzione" contro Ceausescu si è trovata scavalcata dai giovani nati giusto vent'anni fa che non sanno niente (o non vogliono sapere più niente) del regime comunista e vogliono vivere nel presente. E poi per tutti c'è la crisi economica che dopo anni di boom ha colpito duro. Questo è il problema dei romeni di oggi vent'anni dopo Ceausescu.

AP Photo/Vadim Ghirda

In questa immagine presa il 17 dicembre il disegno di un bambino fatto nel ventennale della rivoltra di Timisoara che portò alla caduta del regime di Ceausescu

Pubblicato il 22/12/2009 alle 16.24 nella rubrica Diario.

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