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KOSOVO. AMBASCIATORE GIFFONI: "LA PARTIZIONE NON E' UNA SOLUZIONE, BISOGNA PUNTARE ALL'INTEGRAZIONE ALMENO AMMINISTRATIVA"

Foto tratta da news.bbc.co.ukA proposito del Kosovo e in particolare della situazione nella parte settentrionale del Paese, a nord del fiume Ibar, segnalo quanto afferma l'ambasciatore italiano a Pristina Michael L. Giffoni, recentemente nominato facilitatore per l'Unione Europea nel nord del Kosovo, in un'intervista di Francesco Gradari pubblicata lo scorso 14 gennaio sulsito di Osservatorio Balcani e Caucaso ("Kosovo tra reale e virtuale").

La complessa situazione politico-istituzionale nella zona a nord dell’Ibar, afferma l'ambasciatore, "è dovuta principalmente al fatto che la comunità serba non si riconosce nelle istituzioni della Repubblica del Kosovo, di cui tuttavia geograficamente ed istituzionalmente fa parte. Ma è anche uno degli elementi principali della complessità generale, ed in un certo senso paradossale, del Kosovo attuale, caratterizzato dalla compresenza di più livelli di realtà e virtualità. Da un lato ci sono le istituzioni della Repubblica del Kosovo, riconosciute da parte della comunità internazionale con un processo di consolidamento decisamente avviato che consente loro di esercitare una sovranità sul territorio sostanzialmente piena, anche se incompleta per alcuni aspetti. Tali aspetti di incompletezza sono legati alla Risoluzione 1244, formalmente ancora vigente in Kosovo, ma presente si potrebbe dire in maniera virtuale, perché non più in linea con la situazione reale sul terreno. Allo stesso tempo, parte della comunità serba, in proporzione decisamente schiacciante nel Nord ma non più preponderante nelle enclaves nel resto del paese, non si sente parte di tale contesto istituzionale statale. Sono almeno tre livelli di realtà (e virtualità) che bisogna cercare di rendere sempre più vicini e contigui per poterci avvicinare ad una soluzione senza conflittualità: questo penso sia il compito della comunità internazionale, ed in particolare dell’Unione Europea".

Le recenti elezioni amministrative hanno messo in luce una differenza di atteggiamento tra i serbi kosovari che abitano la regione a nord dell'Ibar, che hanno proseguito nel boicottaggio di istituzioni che non riconoscono, e quelli delle enclaves nel resto del Paese nelle quali, invece, per la prima volta è emersa una disponibilità alla collaborazione con Pristina. A questo proposito l'ambasciatore Giffoni spiega che "esiste una frattura sempre più estesa all’interno della comunità serba tra chi vive a nord e chi a sud dell’Ibar. Quest’ultima componente della popolazione serba sta gradualmente decidendo di prendere parte alla vita civile del paese e fruisce già di diversi servizi, più a livello municipale che statale. La cospicua partecipazione dei serbi alle ultime elezioni amministrative kosovare ne è la prova. I serbi delle “enclaves“ hanno seguito un percorso in parte autonomo in questi anni rispetto a quanto successo al nord. Ovviamente si tratta solo di un inizio di integrazione, ma qualcosa si muove. Per la popolazione serba residente al nord, questo processo risulta più difficile per una serie di aspetti direi di natura strutturale, in primo luogo la contiguità territoriale con la Serbia e la compattezza della loro presenza sul territorio. Ma ciò non significa che a nord non si possa intraprendere un cammino di integrazione almeno a livello amministrativo, se ciò risponde a quelle che sono le esigenze primarie della comunità serba stessa. Del resto, i serbi del nord hanno prestato nell’ultimo periodo una crescente attenzione a quello che sta succedendo nelle comunità serbe residenti a sud di Mitrovica ed alle motivazioni che sottendono alla loro partecipazione alle elezioni".

Un altra questione importante toccata da Gradari nell'intervista è quella della possibile partizione del Kosovo. Da tempo si parla della possibilità che Pristina rinunci alla zona a nord dell'Ibar dove i serbi sono maggioranza, e che si così riunirebbero alla Serbia, in cambio dei comuni a maggioranza albanese nel sud est della Serbia. Giffoni spiega, con argomenti a mio parere convincenti, che questa ipotesi non praticabile e, anzi, avrebbe conseguenze molto negative. "In realtà nessun governo occidentale ha mai dichiarato sino ad oggi il suo sostegno all’ipotesi di partizione del territorio della Repubblica del Kosovo. Lei forse si riferisce ad opinioni singole di alcuni diplomatici o esperti di politica internazionale, ma mai delle posizioni ufficiali. Su questo punto sono intervenuto varie volte e non mancherò mai di ripetere la mia profonda convinzione, che mi sembra in linea con quella della maggior parte degli attori coinvolti e dei semplici osservatori delle complesse questioni balcaniche. Se concordiamo sul fatto che l’obiettivo fondamentale sia quello di stabilizzare i Balcani occidentali, anche attraverso il loro avvicinamento a Bruxelles, l’ipotesi di una partizione o di uno scambio di territori tra Kosovo e Serbia non può essere nemmeno presa in considerazione. La partizione non è una soluzione. Mettendo di nuovo mano ai confini, infatti, si creerebbe solamente una escalation di rivendicazioni e potenziali tensioni a livello regionale difficilmente ricomponibile. La partizione non risolverebbe il problema, ma ne genererebbe di nuovi perché verrebbe rimessa nuovamente al centro la questione dei confini, rendendola ancora più acuta e importante invece di marginalizzarla come la logica dell’integrazione vorrebbe. Ritengo, inoltre, che la partizione non soddisfi nemmeno la Serbia, per la quale la soluzione del problema kosovaro non può coincidere con l’annessione di una striscia di terra".

Leggi l'intervista di Francesco Gradari all'ambasciatore Michael L. Giffoni su Osservatorio Balcani e Caucaso

Pubblicato il 24/1/2010 alle 13.15 nella rubrica Diario.

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